“Non sono incinta”: la confessione di Martina che ha spezzato la fiducia nella nostra casa
«Sei sicura che non vuoi che ti accompagni io dal ginecologo domani?»
Martina era seduta al tavolo della cucina, con la tazza di camomilla stretta tra le mani. Mi guardò appena. Poi abbassò gli occhi.
«No, Anna. Ci vado da sola. È una cosa mia.»
Quella risposta, detta così, senza neanche alzare la voce, mi fece salire un freddo lungo la schiena. Erano quasi due mesi che viveva in casa nostra. Due mesi di attenzioni, spese in più, notti in cui mi svegliavo pensando a quel bambino che, secondo lei, sarebbe nato a ottobre.
Eppure non avevo visto una sola ecografia. Non un foglio. Non una prenotazione. Niente.
Mio marito Carlo mi diceva di lasciar perdere.
«Magari si vergogna, Anna. È giovane, è sola. Non trasformiamo ogni gesto in un sospetto.»
Aveva ragione, forse. O almeno, volevo che l’avesse.
Martina era arrivata da noi una sera di marzo, sotto una pioggia fastidiosa che non sembrava voler smettere. Era la figlia di una vecchia conoscente di mia sorella, una di quelle persone che incontri ai battesimi, ai funerali, alle feste di paese e poi perdi di vista.
Aveva ventiquattro anni, una valigia piccola e un giubbotto troppo leggero. Sul pianerottolo aveva iniziato a piangere prima ancora che le chiedessi di entrare.
«Mia madre mi ha mandato via. Dice che le ho rovinato la vita. Il padre del bambino non vuole saperne niente. Non so dove dormire.»
Io guardai Carlo. Lui guardò me. Quella notte le preparammo il divano letto nello studio, ma il giorno dopo avevamo già spostato alcune cose nella stanza che usavamo per gli ospiti.
Non eravamo ricchi. Io lavoro in una mensa scolastica, Carlo fa il magazziniere in un negozio di ferramenta. Arriviamo a fine mese contando bene tutto, soprattutto da quando nostra figlia Giulia studia a Bologna e c’è da aiutarla con l’affitto.
Però come fai a lasciare fuori una ragazza incinta?
Le comprai dei pantaloni morbidi al mercato del sabato. Carlo le prese un integratore in farmacia, anche se lei disse che il medico gliene aveva già consigliato uno. Cominciammo a mettere qualcosa in più nel carrello: frutta, yogurt, carne bianca, biscotti secchi per la nausea.
Martina, però, non aveva mai nausea.
Lo so che ogni gravidanza è diversa. Me lo ripetevo da sola, quasi per zittirmi. Ma la vedevo bere tre caffè al giorno, fumare di nascosto sul balcone quando pensava che fossi al lavoro, uscire la sera con tacchi alti e tornare dopo mezzanotte con il profumo addosso.
Quando le chiedevo come stava, si portava una mano alla pancia. Sempre nello stesso punto. Sempre con quel gesto un po’ studiato.
«Stanca. Questo bambino mi sta distruggendo.»
Una domenica venne mia figlia Giulia. Martina era in bagno e Giulia, che non ha mai avuto peli sulla lingua, mi prese da parte vicino alla credenza.
«Mamma, ma tu hai visto qualche documento? Una visita? Qualcosa?»
«Giulia, non cominciare.»
«Non comincio. Ti chiedo solo se l’hai visto.»
Non risposi. Perché la risposta era no.
Quella sera ne parlai con Carlo. Lui si irrigidì subito.
«Tua figlia viene qui due ore e decide che Martina è una bugiarda?»
«Non sto dicendo questo. Dico che magari dovremmo capire meglio.»
«Capire cosa? Le chiediamo di mostrarci le prove? Ma ti senti? Sembri un carabiniere.»
Mi ferì. Non perché avesse del tutto torto, ma perché anch’io mi sentivo sporca a dubitare di lei. Avevo paura di essere diventata una di quelle persone dure, incapaci di tendere una mano.
Poi, un martedì pomeriggio, tornai prima dal lavoro. Avevo un mal di testa terribile. Entrai piano perché pensavo che Martina dormisse.
Nella sua stanza c’era odore di deodorante dolce. Sul letto, aperta, c’era la sua borsa. Non volevo frugare. Lo giuro. Stavo solo cercando il caricatore che le avevo prestato, perché il mio era sparito da due giorni.
E vidi una confezione di pillole anticoncezionali.
Nuova, con le settimane segnate a penna. Accanto c’era un foglietto accartocciato: una ricevuta di un locale, due spritz e un cocktail, della sera prima.
Rimasi immobile. Non riuscivo nemmeno a respirare bene.
Quando Martina tornò, era tranquilla. Aveva le buste della spesa in mano, ma dentro c’erano solo patatine, una bibita energetica e una rivista.
Le dissi di sedersi.
«Che succede?» chiese, già sulla difensiva.
Posai la confezione sul tavolo. Non urlai. Credo che fosse peggio così.
«Mi spieghi questa?»
Lei diventò pallida. Per qualche secondo non parlò. Poi provò a sorridere, un sorriso piccolo e inutile.
«Sono vecchie. Le avevo prima di restare incinta.»
«E le hai comprate ieri in farmacia, Martina?»
Avevo visto lo scontrino nella borsa. La sua faccia cambiò. Non era più spaventata. Era arrabbiata.
«Hai guardato nelle mie cose?»
«Hai mentito nelle nostre cose. In casa nostra.»
Carlo arrivò proprio allora. Mi vide con le mani tremanti, vide Martina in piedi davanti al tavolo e capì che era successo qualcosa.
«Che c’è?» disse.
Lei lo guardò, e per un momento pensai che avrebbe continuato a negare. Invece le si afflosciarono le spalle.
«Non sono incinta.»
Carlo non disse niente.
Martina si coprì il viso con entrambe le mani. Piangeva, ma senza rumore.
«Non sapevo dove andare. Mia madre non mi ha cacciata per niente, abbiamo litigato perché non lavoravo e le chiedevo soldi. Il mio ragazzo mi aveva lasciata. Ho pensato che se avessi detto della gravidanza… voi mi avreste aiutata.»
«Ci hai fatto spendere soldi.» La mia voce uscì spezzata. «Ci hai fatto preoccupare. Carlo parlava già di sistemare lo studio, io guardavo le tutine in vetrina…»
«Lo so. Mi dispiace.»
Ma quel “mi dispiace” non bastava. Non poteva bastare.
Carlo si sedette lentamente. Aveva gli occhi lucidi, lui che di solito non piange nemmeno ai funerali. Disse solo:
«Domani chiami tua madre. Oppure un’amica. Ma qui non puoi più stare.»
Martina raccolse le sue cose la mattina dopo. Io le lasciai comunque dei soldi sul mobile dell’ingresso, abbastanza per qualche notte in una pensione vicino alla stazione. Non riuscivo a mandarla via senza niente. Forse sono stata stupida, non lo so.
Prima di uscire, lei mi disse: «Tu sei stata buona con me. Troppo buona.»
Quella frase mi è rimasta addosso più di tutte le altre.
Da allora Carlo ed io discutiamo per sciocchezze. Lui dice che non dobbiamo cambiare per colpa di una bugia. Io invece, quando qualcuno mi chiede un favore, sento subito una porta chiudersi dentro di me.
E la cosa che mi fa più male non sono i soldi o l’inganno. È aver scoperto quanto fosse facile usare la nostra compassione contro di noi.
Si può continuare ad aiutare gli altri dopo una ferita così, senza diventare sospettosi di chiunque? Voi, al posto mio, avreste lasciato a Martina almeno quei soldi?