A Capodanno ho lasciato mio marito davanti a trenta invitati: per anni ero stata solo la sua moglie perfetta
«Sorridi, Elena. Per una sera riesci a non avere quella faccia?»
Ricordo ancora la mano di Riccardo stretta al mio gomito, nascosta dietro la tovaglia bianca che cadeva dal tavolo. Sorrideva agli invitati, impeccabile nel suo completo blu, ma le dita mi facevano male.
In salotto c’erano almeno trenta persone. Colleghi della sua agenzia immobiliare, mogli vestite di paillettes, vicini che non vedevamo mai tranne quando c’era da riempire casa. Sul tavolo avevo disposto tartine al salmone, insalata russa, lasagne, cotechino e lenticchie. Avevo passato due giorni a cucinare e un pomeriggio intero a lucidare i bicchieri che Riccardo teneva nella vetrinetta “per le occasioni importanti”.
Per lui ogni occasione era importante, purché qualcuno potesse vederla.
«Ho solo mal di testa», gli dissi, cercando di liberarmi.
«Allora prenditi qualcosa. Ma non fare scenate, ti prego. C’è il notaio Bianchi con sua moglie.»
Non “come stai?”. Non “vuoi andare a riposarti?”.
C’era il notaio Bianchi.
Quella frase mi rimase addosso come una macchia.
Eravamo sposati da dodici anni. All’inizio Riccardo mi aveva conquistata proprio con quella sua energia. Aveva sempre un progetto, un invito, una persona da chiamare. Mi diceva: «Con me non ti annoierai mai». E in effetti non mi ero annoiata. Mi ero persa.
Avevo smesso di andare al corso di ceramica il mercoledì sera perché coincideva con le sue cene di lavoro. Avevo rinunciato a candidarmi per quel posto in biblioteca a Bergamo, perché secondo lui gli orari mi avrebbero resa “poco presente in casa”. Avevo perfino cambiato modo di vestirmi.
«Quel maglione beige ti spegne, Elena. Metti il vestito nero, quello elegante.»
All’inizio lo diceva con leggerezza. Poi ho iniziato a chiedergli cosa mettermi prima di uscire. Poi anche cosa dire. Poi, senza accorgermene, ho smesso proprio di avere qualcosa da dire.
Alle undici e mezza, Paola, la moglie di un collega, mi raggiunse in cucina. Aveva in mano un calice di prosecco e gli occhi lucidi, forse per il vino.
«Beata te», mi disse. «Riccardo parla sempre così bene di voi. Dice che siete una coppia perfetta.»
Guardai la porta del salotto. Lui rideva forte, una mano sulla spalla di un cliente. Sembrava felice. O almeno sembrava esattamente come voleva sembrare.
«Sì», risposi. «Siamo molto bravi a sembrare perfetti.»
Paola rise, pensando fosse una battuta. Io no.
Poco dopo Riccardo entrò in cucina con il cellulare in mano. Stava guardando le storie che aveva pubblicato: la tavola apparecchiata, il brindisi anticipato, io che portavo un vassoio con un sorriso tirato.
«Hai visto quanti messaggi? Dicono tutti che abbiamo organizzato una serata bellissima.»
«Riccardo, possiamo parlare un attimo?»
Mi guardò infastidito, come se gli avessi chiesto di abbassare la musica durante il conto alla rovescia.
«Adesso? Elena, dai.»
«Sì, adesso. Perché se aspetto domani, poi tu avrai una visita, una cena, una telefonata. E io tornerò a fare finta di niente.»
Lui sospirò e posò il telefono sul piano della cucina.
«Che c’è? Hai di nuovo questa storia che non ti dedico abbastanza tempo?»
“Di nuovo.” Come se chiedere a mio marito una serata sul divano, una passeggiata, una domanda vera, fosse un capriccio che ripetevo per abitudine.
«Non è che non mi dedichi tempo. È che quando ci sei, non ci sei davvero. Mi parli di chi dobbiamo invitare, di cosa pensano gli altri, di quanto è importante farsi vedere. Ma tu lo sai che libro sto leggendo? Lo sai che mia madre ha paura di restare sola dopo l’operazione? Lo sai che io non dormo bene da mesi?»
Riccardo abbassò gli occhi per un secondo. Poi si irrigidì.
«Non puoi tirare fuori queste cose durante la mia festa di Capodanno.»
La mia festa di Capodanno.
Non nostra.
Sua.
«È questo il punto», dissi piano. «Questa non è mai stata casa nostra. È sempre stato il posto dove tu dimostri qualcosa a qualcuno.»
Dal salotto arrivò un urlo allegro: mancavano cinque minuti a mezzanotte. Qualcuno batté un cucchiaino contro un bicchiere. Riccardo si passò una mano tra i capelli, nervoso.
«Ti rendi conto di quanto sei ingrata? Ti ho dato una bella casa, non ti ho mai fatto mancare niente. Tutti ci invidiano.»
Lo guardai e sentii una calma strana. Non rabbia, non più. Solo una stanchezza pulita, definitiva.
«Mi hai dato tutto quello che volevi mostrare agli altri. Ma non mi hai mai chiesto cosa volevo io.»
Lui fece un mezzo sorriso amaro.
«E cosa vorresti, sentiamo?»
Per anni non avevo saputo rispondere. Quella sera, invece, la risposta arrivò subito.
«Vorrei smettere di essere la donna che sistema i fiori prima che arrivino i tuoi amici. Vorrei lavorare. Vorrei andare da mia madre senza dover giustificare il pranzo che salta. Vorrei comprare un tavolo che piaccia anche a me. Vorrei una vita dove non devo sorridere per forza ogni volta che tu guardi.»
Riccardo si avvicinò, parlando a denti stretti.
«Non rovinare tutto per una crisi di nervi.»
In quel momento entrò mia sorella Giulia, che era venuta con suo marito. Si fermò sulla porta. Aveva sentito abbastanza.
«Elena, tutto bene?» chiese.
Riccardo si voltò subito verso di lei, cambiando faccia. Quel sorriso educato, controllato. Quello che mi aveva confusa per anni.
«Certo, Giulia. Elena è solo un po’ stanca.»
Io lo fissai. Poi dissi una frase che non avevo programmato, ma che forse preparavo da dodici anni.
«No. Elena è finita.»
Dal salotto partirono i primi numeri del conto alla rovescia.
Dieci.
Riccardo mi guardò come se non capisse la lingua che stavo parlando.
Nove.
«Che significa?»
Otto.
Mi tolsi la fede. Non con rabbia. Mi tremavano le mani, questo sì. La appoggiai accanto al suo telefono, proprio sopra una foto della tavola perfetta.
«Significa che domani vado da Giulia. E poi cerco un appartamento. Voglio separarci.»
Sette, sei, cinque.
«Elena, non dire stupidaggini.»
Quattro.
Per la prima volta non mi importò se gli invitati ci avrebbero sentiti. Non mi importò del notaio Bianchi, delle foto, dei commenti, delle telefonate del giorno dopo.
Tre, due, uno.
Dal salotto esplose il brindisi. Bicchieri alzati, baci sulle guance, coriandoli sul pavimento.
Riccardo restò immobile davanti a me. Io presi il cappotto dall’attaccapanni. Giulia mi seguì senza dire una parola.
Fuori faceva freddissimo. L’aria mi tagliava il viso e avevo paura, una paura enorme. Non avevo un lavoro fisso, non avevo risparmi miei sufficienti, non sapevo nemmeno da dove cominciare. Però mentre salivo in macchina con mia sorella, sentii una cosa che non provavo da tempo.
Mi sentii presente.
Il mattino dopo Riccardo mi mandò un messaggio: “Possiamo evitare di rendere pubblica questa cosa? La gente parla.”
Non mi chiese di tornare. Non mi chiese se stavo bene.
La gente parla.
Forse per anni ho avuto più paura del giudizio degli altri che della mia infelicità. Ma quanto può costare una vita costruita per essere applaudita da chi nemmeno la vive?
Secondo voi, si può davvero ricominciare quando ci si è dimenticati così a lungo di chi si è?