Ho ereditato un appartamento a Roma da un padre che mia madre mi aveva sempre detto di non avere
«Signora Giulia Bianchi? Mi scusi se la disturbo. Sono il notaio Rinaldi. La contatto per la successione del signor Enrico Santini.»
Ero in piedi, con il grembiule ancora addosso, nella cucina del bar dove lavoravo da sei anni. Avevo appena tolto due caffè dal bancone. Per un attimo pensai a uno scherzo, o a qualche cliente che aveva lasciato un numero sbagliato.
«Credo che ci sia un errore», gli dissi. «Io non conosco nessun Enrico Santini.»
Dall’altra parte ci fu una pausa breve, professionale.
«Dai documenti risulta che era suo padre.»
Mi cadde un cucchiaino. Lo sentii battere sul pavimento, un rumore minuscolo, ma nella mia testa sembrò una cosa enorme. Il collega mi guardò da lontano, come per chiedermi se stessi bene. Io non riuscivo neppure a respirare bene.
Mia madre mi aveva sempre detto che mio padre era morto prima che io nascessi. Non avevo mai fatto troppe domande. Da bambina, quando vedevo gli altri papà venire a prendere le figlie a scuola, mi limitavo a stringere la mano di mia madre. Lei mi diceva: «Noi due bastiamo, Giulia. Noi due contro il mondo.»
E io le avevo creduto.
Il notaio mi ricevette tre giorni dopo, in uno studio vicino a piazza Cavour. Mia madre volle venire con me. Durante il viaggio in macchina non disse quasi niente. Aveva le mani chiuse una dentro l’altra, le nocche bianche. Io la guardavo di lato e sentivo salire una rabbia fredda, ancora senza forma.
Il notaio aprì una cartellina e parlò con quella voce calma che hanno le persone abituate a dare notizie che cambiano le famiglie.
Enrico Santini era morto da solo, a settantadue anni. Non era sposato, non aveva altri figli riconosciuti e non aveva lasciato testamento. Aveva un appartamento a Roma, nel quartiere San Giovanni, qualche risparmio in banca e una vecchia macchina. In assenza di altri eredi legittimi, tutto spettava a me.
«Lei è stata riconosciuta alla nascita», disse il notaio. «Suo padre ha firmato l’atto.»
Mi voltai verso mia madre.
Lei abbassò gli occhi.
«Tu lo sapevi», sussurrai.
«Giulia, non qui.»
«Tu lo sapevi?»
Il notaio si schiarì la gola e uscì dalla stanza con una scusa. Appena la porta si chiuse, mia madre scoppiò.
«Sì, lo sapevo. E allora? Che dovevo dirti? Che tuo padre viveva a Roma, con la sua bella vita, mentre io lavavo scale e case per comprarti i libri di scuola?»
Non piangeva in modo elegante, mia madre. Le tremava la bocca, si asciugava il viso con il dorso della mano e respirava a scatti.
Mi raccontò che aveva conosciuto Enrico quando aveva ventiquattro anni. Lei lavorava in una trattoria vicino alla stazione Termini, lui faceva il rappresentante per una ditta di materiali elettrici. Era affascinante, diceva. Sapeva parlare, promettere. Quando rimase incinta, lui le giurò che avrebbe lasciato Roma e che sarebbero andati a vivere insieme.
Invece sparì per mesi.
Poi tornò solo per firmare il riconoscimento, perché sua madre lo aveva minacciato di denunciarlo. Le disse che non voleva fare il padre, che non era pronto, che avrebbe mandato dei soldi. Non mandò quasi nulla. Due bonifici piccoli, poi il silenzio.
«Potevo portarlo in tribunale», disse mia madre. «Ma con quali soldi? Con quale tempo? Avevo te piccola, il lavoro, l’affitto. E poi avevo vergogna. Una vergogna stupida, lo so. Ma ce l’avevo.»
Quella sera litigammo come non avevamo mai litigato.
«Non avevi il diritto di decidere per me!» le urlai nel soggiorno di casa nostra, quello stretto, con il divano coperto dal telo beige e le foto delle vacanze a Ostia appese al muro. «Forse io volevo cercarlo. Forse volevo sapere perché non mi voleva!»
«E per sentirti dire cosa? Che eri un errore? Questo volevi?»
«Era una mia ferita, mamma. Non la tua da gestire!»
Lei rimase ferma davanti alla credenza. Per la prima volta la vidi non come mia madre, ma come una donna stanca, invecchiata a forza di tirare avanti. Eppure non riuscivo ad abbracciarla. Avevo davanti una persona che amavo e che, nello stesso tempo, mi aveva rubato qualcosa.
Una settimana dopo andai a vedere l’appartamento di Enrico. Era al terzo piano di un palazzo anni Sessanta. Sul campanello c’era scritto soltanto: “Santini”.
Dentro c’era odore di chiuso e di farmaci. Un tavolo con due sedie, libri impolverati, un cappotto appeso dietro la porta. In una scatola trovai fotografie vecchie. In una c’era mia madre, giovanissima, seduta sui gradini di una fontana. Sorrideva verso qualcuno fuori dall’inquadratura.
Verso lui, probabilmente.
Trovai anche una mia foto. Avevo forse cinque anni, ero alla recita dell’asilo, vestita da margherita. Non capivo come potesse averla avuta. Dietro, con una grafia incerta, c’era scritto: “Giulia”. Solo il mio nome.
Quella foto mi fece più male di tutto il resto. Perché significava che sapeva. Mi aveva vista, forse da lontano. Aveva saputo che crescevo. E aveva scelto comunque di non bussare mai alla nostra porta.
Quando arrivò il momento di parlare della vendita, mia madre si sedette al tavolo con una busta di bollette davanti, come se fosse una riunione qualunque.
«Giulia», cominciò piano, «io non voglio litigare. Però credo che una parte mi spetti.»
La guardai senza capire.
«Legalmente no», continuò subito. «Lo so. Ma moralmente? Io ti ho cresciuta da sola. Ho fatto le pulizie nelle case degli altri per venticinque anni. Ho rinunciato a tutto. Mai una richiesta a lui, mai un euro. E adesso tu ricevi la sua casa.»
Sentii una fitta, perché le sue parole erano vere. Ricordavo le sue mani screpolate dalla candeggina. Ricordavo quando inventava di non avere fame per lasciarmi l’ultima cotoletta. Ricordavo i cappotti comprati al mercato, le rate per il dentista, le notti in cui mi teneva la fronte quando avevo la febbre.
Ma la verità non cancellava la bugia.
«Tu non hai rinunciato a chiedergli soldi per me», le dissi. «Hai deciso di non farlo anche per me.»
Mia madre si alzò di scatto. «Quindi adesso sarei io la cattiva?»
«No. Sei mia madre. Ed è proprio per questo che fa così male.»
L’appartamento fu venduto dopo quattro mesi. Il prezzo era alto, Roma in quella zona non perdona. Quando arrivò il bonifico, rimasi a fissare lo schermo del telefono per un tempo assurdo. Era denaro di un uomo che non mi aveva mai accompagnata dal medico, mai chiamata per il compleanno, mai detto il mio nome guardandomi negli occhi.
Alla fine diedi a mia madre una parte consistente del ricavato. Non perché pensassi che le spettasse per legge. Non le spettava. Gliela diedi perché sapevo quanto aveva pagato, anche se non solo con i soldi. Le sistemai il mutuo, le feci cambiare la caldaia che perdeva da anni, le lasciai abbastanza per respirare senza contare ogni centesimo.
Lei mi ringraziò piangendo sulla soglia di casa.
«Ti voglio bene», disse.
«Anch’io», risposi.
Ma non ci abbracciammo subito. Restammo lì, a un passo di distanza, come se tra noi ci fosse ancora quell’uomo morto, quella porta mai aperta, tutti gli anni che non potevo più recuperare.
Oggi mia madre mi chiama ogni sera. Io rispondo quasi sempre. Però certe domande mi restano dentro e non trovano pace: mi ha protetta davvero, o ha protetto se stessa dal passato?
Voi al mio posto avreste diviso quell’eredità, oppure avreste tenuto separati i sacrifici di una madre dalla menzogna che vi ha cambiato la vita?