Ho firmato per la nuova casa e mio marito mi ha detto che avevamo già perso tutto
“Tu non hai capito in che situazione siamo.” È iniziata così, in cucina, martedì sera, con mio marito che aveva in mano una busta della banca e io che stavo guardando i campioni del pavimento per la casa nuova.
Io gli ho risposto male subito, lo ammetto. “Adesso però non ricominciamo, perché il compromesso l’abbiamo firmato insieme. Non è che puoi fare il terrorizzato ogni volta che c’è da pagare qualcosa.”
Lui ha buttato la busta sul tavolo. “Non è ogni volta che c’è da pagare qualcosa. È che non ce la facciamo più.”
Noi viviamo in provincia, in un appartamento piccolo preso quando c’era solo nostra figlia. Poi è arrivato anche nostro figlio, mia madre ha iniziato a stare spesso da noi perché da sola non se la cava più bene, e negli ultimi due anni siamo diventati stretti davvero. Dormono in camera insieme, i giochi stanno pure nel corridoio, io lavoro in smart working due giorni a settimana dal tavolo della cucina. Era diventato pesante.
Quando è uscito l’annuncio della villetta a schiera poco fuori paese, io mi sono fissata. Non era una villa da sogno, per carità. Però aveva una cameretta in più, un piccolo giardino, il box, la fermata dell’autobus vicino per andare alle medie. Una casa normale, ma per me significava respirare.
Mio marito all’inizio era contrario. Diceva: “Con i tassi come sono adesso, è un salto nel vuoto.” Io invece continuavo a dire che se aspettavamo ancora, i prezzi salivano e basta, e intanto i ragazzi crescevano. Gli facevo i conti, gli mandavo annunci, parlavo con il consulente del mutuo come se fossi io quella prudente.
La verità è che prudente non lo sono stata.
Io guardavo il netto in busta paga di entrambi e pensavo che bastasse. Lui fa il turnista in una ditta metalmeccanica, io sono impiegata in uno studio e ho un contratto part-time che negli anni ho sempre considerato sicuro. Però non avevo messo davvero in conto tutto il resto: il tasso variabile che poi ci hanno sconsigliato ma il fisso era molto più alto, le spese notarili, l’agenzia, i lavori minimi da fare, il trasloco, e soprattutto il fatto che lui da mesi faceva straordinari per coprire il prestito della macchina, senza dirmi quanto fosse rimasto.
Quando ho visto quella busta ho capito solo a metà. C’era scritto che avevano rifiutato l’ultima richiesta di liquidità. Io ho detto: “Va bene, pazienza, stringiamo un po’ per qualche mese.” E lui mi ha guardata in un modo che non gli avevo mai visto.
“Non è per qualche mese. Io ti ho nascosto una cosa.”
Mi si è gelato tutto.
Ho pensato a una sciocchezza enorme, a un tradimento, non so. Invece mi ha detto che da gennaio la ditta aveva tolto gli straordinari quasi a tutti, e lui non me l’aveva detto perché sapeva che io avrei ricominciato con la casa, con i conti, con il fatto che lui vede sempre nero. Senza gli straordinari prende quasi quattrocento euro in meno al mese.
Io gli ho detto: “E tu quando pensavi di dirmelo? Dopo il rogito?”
Lui: “Pensavo fosse una cosa temporanea. E poi tu eri lanciata. Non ti fermava nessuno.”
Questa frase mi ha fatto arrabbiare ancora di più, perché sembrava che fosse tutta colpa mia. E infatti gliel’ho detto.
“Comodo così. Firmi, annuisci, vieni alle visite, dici ai bambini che avranno il giardino e poi quando manca l’aria sarebbe colpa mia?”
Lui si è seduto e ha parlato più piano. “Io ho firmato perché ti vedevo sfinita qui dentro. E perché anche io quella casa la volevo. Ma non così. Non con l’ansia di non arrivare a fine mese già prima di entrarci.”
Lì mi è crollata addosso una cosa che forse sapevo già. Io non avevo solo desiderato una casa più grande. Mi ero aggrappata all’idea che quella casa ci avrebbe sistemati tutti: i bambini meno nervosi, mia madre più seguita, io meno stanca, noi come coppia meno tesi. Come se bastassero due stanze in più.
Il giorno dopo ho chiamato l’agenzia. Ho chiesto cosa succedeva se ci tiravamo indietro. La risposta è stata semplice: caparra persa. Una cifra che per noi non è “vabbè”. Sono soldi messi da parte in anni, anche con l’aiuto dei miei suoceri che ci avevano dato qualcosa dicendo però chiaramente: “Pensateci bene, perché oggi è un attimo sbagliare.”
Quando l’ho detto a mio marito, lui ha detto una cosa che mi ha fatto ancora più paura della perdita dei soldi.
“Forse è meglio perdere la caparra che perdere tutto il resto.”
Io però non riesco a digerirlo. Perdere quella caparra per me significa ammettere che ci siamo illusi, che io ho spinto troppo, che lui ha taciuto troppo, e che adesso torniamo nel nostro appartamento stretto con i bambini che chiedono quando andiamo nella casa col giardino.
In più c’è mia madre, che già si era convinta di poter stare più spesso con noi. E ci sono state anche parole brutte tra me e mio marito che non riesco a togliermi dalla testa. Io gli ho detto che mi sento sposata con una persona che frena sempre. Lui mi ha risposto che lui invece si sente sposato con una persona che scambia il coraggio con il non voler vedere i problemi.
La cosa peggiore è che un pezzo di verità ce l’abbiamo tutti e due.
Adesso siamo sospesi. Il rogito sarebbe tra poche settimane. La banca, con questi numeri, ci concederebbe meno di quanto ci serve. Potremmo chiedere aiuto ai miei suoceri, ma io non me la sento di trascinarli dentro ancora. Potremmo vendere la macchina più nuova e tirare avanti, ma vorrebbe dire vivere al limite per anni, sperando che non succeda niente: una malattia, un guasto, un lavoro che salta.
Io continuo a guardare le foto di quella casa e a pensare che era la nostra occasione. Poi guardo i conti veri e mi prende il panico.
Forse il punto non è solo la casa. È che io volevo andare avanti a tutti i costi, lui voleva sentirsi al sicuro a tutti i costi, e nessuno dei due ha detto fino in fondo la verità nel momento giusto.
Secondo voi stiamo facendo bene a fermarci anche se perdiamo tanti soldi, oppure dovremmo rischiare e provare comunque a prenderci questa casa?