“Quando mia madre mi ha detto di no per tenere mia figlia, sono crollata: poi ho capito che tra noi il problema era molto più grande”
“Se non puoi tenerla neanche oggi, dimmelo chiaramente, così almeno smetto di contarci.”
Ho detto questa frase a mia madre al telefono lunedì scorso, mentre ero in macchina fuori dall’asilo nido comunale, con mia figlia che piangeva sul seggiolino e il cellulare incastrato tra spalla e guancia. Già da come l’ho detto, si capiva che non stavo chiedendo: stavo accusando.
Lei dall’altra parte ha fatto silenzio due secondi e poi mi ha risposto: “Non sono un servizio a chiamata. Oggi non ce la faccio.”
Io lì sono esplosa. “Certo, tranquilla. Tanto ci penso sempre io a tutto. Come sempre.”
Lei ha chiuso con un “quando ti calmi, ne riparliamo” che in quel momento mi è sembrato freddissimo. Ho buttato giù la chiamata e ho pianto in parcheggio come una scema, perché ero davvero cotta.
Lavoro part-time in uno studio dentistico, mio marito fa i turni in magazzino in una ditta di logistica e quella settimana era un disastro. La bambina aveva avuto la febbre fino al venerdì prima, io avevo già chiesto due cambi turno, e al nido mi avevano chiamata di nuovo perché aveva ricominciato con la tosse e non la tenevano. Mia suocera abita a quasi un’ora e aiuta quando può, ma non è una cosa fissa. Mio padre non guida più molto. Quella su cui contavo davvero era mia madre.
E lo so che già qui magari qualcuno penserà: non è obbligata. Lo so anch’io. Il punto è che io mi ero abituata. Male. Perché negli ultimi due anni lei c’era stata tantissimo. Quando dovevo fare una visita, quando il nido chiudeva, quando io e mio marito eravamo incastrati con gli orari. Magari borbottando, magari dicendo “non prendetevi troppi impegni contando su di me”, però poi veniva.
Io quella frase non l’ho mai presa sul serio.
La sera, quando mio marito è rientrato, ero ancora nera. Gli ho detto: “Tua madre almeno quando dice sì, sì è. La mia invece ti fa pesare tutto.”
Lui mi ha guardata e mi ha detto una cosa che mi ha dato fastidio ma era vera: “Secondo me tu dai per scontato che tua madre debba tappare i buchi.”
Gli ho risposto male anche a lui, perché ero nervosa. Però quella frase mi è rimasta in testa.
Il giorno dopo mia madre mi ha scritto solo: “Se vuoi passare, ci sono dopo le 17.” Nessun cuoricino, nessuna faccina. Fredda. Io ci sono andata già pronta a litigare.
Appena entrata ho detto: “Guarda che io non ti ho chiesto di crescere mia figlia. Ti ho chiesto una mano in un’emergenza.”
Lei era in cucina, con le buste della farmacia sul tavolo. Mi ha risposto: “Per te è sempre emergenza ultimamente.”
Io ho detto: “Per forza, lavoro, casa, bambina, spesa, tutto insieme. Se non mi aiuti tu, chi dovrebbe aiutarmi?”
E lì lei si è girata di colpo e mi ha detto: “Vedi? È proprio questo. Tu non mi chiedi più. Tu pretendi.”
Mi sono offesa subito. Le ho detto che era ingiusta, che quando ero piccola lei si lamentava di non aver avuto aiuti e adesso che potrebbe fare la nonna presente si tirava indietro. L’ho detta proprio così, “nonna presente”, una frase brutta adesso che ci penso, come se fosse un ruolo da timbrare.
Lei si è seduta e mi ha detto piano: “Io non mi sto tirando indietro. Io sono stanca.”
Io lì per lì ho pensato: stanca di cosa? È in pensione. E questa cosa mi vergogno a scriverla, ma l’ho pensata davvero.
Poi ho visto meglio quelle buste. C’erano gli esami del sangue di mio padre, una visita cardiologica prenotata al CUP, le ricette per la pressione. E lei mi ha detto una cosa che non sapevo: da qualche mese mio padre la notte si alza tre o quattro volte, è confuso, e lei praticamente dorme a pezzi. In più sua sorella, che abita da sola, è caduta in casa e adesso mia madre va da lei quasi tutti i pomeriggi per portarle la spesa e sistemarle due cose.
Io ho chiesto: “E perché non me l’hai detto?”
E lei: “Perché ogni volta che ti parlo sei di corsa. E perché se ti dico che sono stanca, tu mi rispondi che lo sei anche tu. E allora lascio perdere.”
Questa frase mi ha proprio fermata.
Perché era vera pure questa. Ultimamente facevamo a gara a chi era più esausta. Se lei diceva che aveva mal di schiena, io rispondevo che non dormivo da giorni. Se io dicevo che ero fusa, lei partiva con i suoi problemi. Nessuna delle due ascoltava davvero.
Allora le ho detto una cosa che non le avevo mai detto bene: “Io non ce la faccio più. Mi sento sempre in difetto. Al lavoro, a casa, con la bambina. Quando ti dico che ho bisogno, in realtà ti sto dicendo che ho paura di non reggere.”
Lei si è messa a piangere, che è una cosa rarissima. Mi ha detto: “E io mi sento usata quando mi chiami solo per chiedermi se posso tenerla. Mi manca parlare con te senza agenda, senza incastri, senza il calendario davanti. Mi manca essere tua madre, non solo la nonna disponibile.”
Mi sono sentita malissimo, perché in effetti la chiamavo quasi sempre per organizzare. “Me la tieni?”, “puoi andare tu a prenderla?”, “puoi restare un’oretta?”. Anche quando passavo da lei, ero sempre con l’occhio all’orologio.
Però le ho detto anche la mia: “Sì, ma tu spesso dici sì e poi me lo fai pesare. E io arrivo già umiliata a chiedere, se poi mi sento pure giudicata è peggio.”
Lei non ha negato. Mi ha detto: “Hai ragione. Dovrei dire no prima, non sbuffare dopo. Ma faccio fatica perché mi sento in colpa.”
Ecco, secondo me il punto era tutto lì. Io chiedevo dando per scontato. Lei accettava per senso di colpa. E poi finivamo tutte e due piene di rancore.
Non è che abbiamo risolto tutto con un abbraccio e basta. Abbiamo parlato anche di cose pratiche. Abbiamo deciso che non la chiamerò più all’ultimo minuto come prima opzione automatica. Se può, bene. Se non può, non deve giustificarsi per mezz’ora. E lei, se è troppo stanca o ha altro da fare, me lo dice chiaramente senza fare la martire.
Io e mio marito stiamo cercando una babysitter per due pomeriggi a settimana, almeno per avere un piano B. Costa e non è il massimo in questo periodo, però continuare così ci stava rovinando i rapporti. Abbiamo anche chiesto al nido se ci sono servizi aggiuntivi o contatti di educatrici della zona.
Da allora ci siamo sentite in modo diverso. Non perfetto. L’altro ieri mi ha chiamata solo per chiedermi come stavo io, non la bambina, proprio io. E io le ho chiesto come aveva passato la notte con mio padre. Sembra poco, ma per noi non lo era.
Mi fa ancora male pensare che mia madre mi abbia detto “non ce la faccio”, però adesso capisco che non stava rifiutando me come figlia. Stava cercando di non crollare anche lei. E io, presa dalla mia fatica, non lo vedevo proprio.
Forse ci siamo volute bene per obbligo, per abitudine, per ruoli. Adesso sto provando a volerle bene con un po’ più di attenzione vera.
Secondo voi avevo ragione ad aspettarmi quell’aiuto da mia madre, oppure avevo superato un limite senza accorgermene? E voi come fate con i nonni e con quel confine sottile tra dare una mano e sentirsi usati?