La Vendetta di Nonna Laura al Negozio di Generi Alimentari
«Signora, non può stare lì a contare le monete: si sbrighi! Ci sono altre persone in fila.»
La voce di quel commesso, Matteo — un ragazzo dai modi bruschi e dallo sguardo impaziente — mi ha colpita come uno schiaffo in faccia. Il supermercato, sempre pieno il sabato mattina, sembrava non sentire il mio imbarazzo, ma io sentivo decine di occhi puntati sulla schiena curva e sulle mani tremanti che cercavano il centesimo che mancava. Mia nipote Sofia, alla cassa successiva, mi sorrideva imbarazzata. Non c’era complicità, c’era pietà. Ho raccolto la borsa, lasciato la confezione di lievito che rappresentava il mio errore di calcolo, e sono uscita. Il fracasso rumoroso di una città di provincia, le auto, i clacson, mi accompagnavano insieme a quel nodo alla gola che mi stringeva da anni, ma che credevo ormai sopito.
Il pomeriggio lo passai seduta accanto al finestrone, sorseggiando un tè troppo forte e guardando le pieghe delle ginestre mosse dal vento. “Chi credi di essere,” mi ripetevo, “per lasciare che un ragazzino con la camicia sgualcita ti parli così?” Il pensiero mi tormentò tanto che la notte non chiusi occhio. Quella mancanza di rispetto, quella leggera risata del ragazzo e l’indifferenza di Sofia pesavano come una colpa che non avevo commesso.
La mattina dopo, in cucina, incrociai lo sguardo preoccupato di mio figlio Andrea. Da anni mi sopporta e tollera le mie crisi di nostalgia, le mie giornate di malinconia. «Mamma, sei strana oggi. È successo qualcosa ieri al supermercato?»
Abbassai lo sguardo. Non volevo sembrargli ancora più fragile di quanto lui già mi vedesse. «Niente, solo un po’ di stanchezza.»
Mi avvicinai allo specchio appeso sopra il lavandino e fissai per qualche secondo le rughe che si rincorrevano sulla mia fronte. D’improvviso, uno scatto d’orgoglio mi attraversò. Avrei dovuto reagire. Non ero una vecchia da compatire. Avevo sorretto questa famiglia dopo la morte prematura di mio marito, fatto a pezzi la schiena in ogni mestiere possibile — dalla sarta alla bidella — e nessuno mi aveva mai fatto abbassare gli occhi. Eppure, quel ragazzo c’era riuscito con una frase.
Così, in una mattina di cielo lattiginoso, mi vestii con il mio tailleur di lana blu, quello che indossavo solo per le cresime o i matrimoni, e tornai al supermercato. Ogni passo lungo i corridoi sembrava una dichiarazione di guerra. Comprai solo una cipolla e una scatola di biscotti. Al banco di Matteo ci arrivai con la schiena dritta e le mani ferme.
«Buongiorno.»
Mi guardò, forse non ricordandomi o forse scegliendo di fingere. «Buongiorno, signora.»
Stavo per pagare quando vidi che aveva posato il pane su una bilancia senza ritararla. Un dettaglio insignificante, ma sufficiente per accendere il mio desiderio di vendetta. «Scusi, il peso non è corretto. Pretendo che lei ritarri quella bilancia.»
Sul suo viso passarono irritazione e sorpresa. «Oh, certo.»
Attesi che lo facesse, controllando ogni suo gesto con sguardo severo, prendendo tempo volutamente. Dietro di me la fila cresceva e io la sentivo, ma per una volta provavo una strana soddisfazione. Mentre contavo lentamente le monete la voce impaziente di una madre con la spesa traboccante ruppe il silenzio. «Signora, per favore…»
Mi voltai con il sorriso di chi ha appena tagliato il traguardo. «Aspetti il suo turno, cara. Ho tutto il tempo che mi serve.»
Mi accorsi che Matteo era diventato paonazzo. Mi fissava con un misto di rabbia e vergogna, qualcosa che dentro di me avrei voluto ritenere una vittoria. Attraversai la porta del negozio a passo lento, sentendomi per un attimo più alta di come ero quando avevo trent’anni.
Quel pomeriggio io e Sofia sedemmo in terrazza. Il sole iniziava a tramontare dietro ai tetti rossi delle case. «Nonna, cosa è successo in negozio oggi?»
Le raccontai ogni dettaglio. Speravo nella sua approvazione, persino nella sua complicità. Invece nei suoi occhi lessi una nota di turbamento.
«Nonna, magari era solo stanco, sai? Anche io mi sono vergognata quando ti ha parlato in quel modo, ma… mi sembravi così arrabbiata oggi. Non pensi che forse hai esagerato?»
Le sue parole furono come una doccia gelata. Tornarono a galla le immagini di quella mattina: la madre con il bambino che strepitava, il viso sempre più teso di Matteo, la mia sfacciata lentezza. Improvvisamente, la mia vittoria sembrò piccola e meschina.
Quella notte, nella solitudine silenziosa della mia camera, mi tornò alla mente il mio passato. Da bambina, mia madre mi raccontava storie di dignità e coraggio, ma anche di capacità di perdonare. Ricordai molte volte in cui, da giovane, avevo scelto la strada più dura solo per orgoglio. Forse ero diventata l’immagine di ciò che avevo sempre temuto: una donna intrappolata nel rancore.
La mattina seguente, in una sorta di rito che quasi mi sembrava una punizione, tornai al supermercato. Determinata, chiesi dove fosse Matteo. Lo trovai a sistemare le bottiglie d’acqua vicino ai surgelati.
«Posso parlarti un minuto?»
Mi guardò con sorpresa e un po’ di diffidenza. «Certo, signora.»
Presi un respiro profondo. «Quello che ho fatto ieri è stato brutto. Ho voluto vendicarmi. La verità è che mi hai ferita, e ho reagito per orgoglio. Ma ora mi sento solo peggio.»
Restammo immobili per alcuni secondi. Poi abbassò lo sguardo. «Anche io forse sono stato troppo brusco, era una mattina difficile. I clienti a volte… Non pensavo di farle così male.»
Annuii. «Le parole pesano, Matteo. Forse adesso lo sappiamo entrambi. Le auguro solo di avere sempre rispetto di chi le sta davanti, che sia giovane o vecchio.»
Uscii dal supermercato più leggera, una strana commozione nel petto. Quel pomeriggio, raccontando tutto a Sofia, sentii la sua mano stringere forte la mia.
Ora, mentre guardo il sole tramontare sulla città e sento il profumo della minestra che sobbolle sul fuoco, mi chiedo: quante volte il nostro orgoglio ci impedisce di vedere il dolore dell’altro? E quando scegliamo di vendicarci, davvero otteniamo quello che ci mancava, oppure lasciamo solo nuove ombre dietro di noi?
Chissà se anche voi, come me, avete mai pensato che la vendetta possa restituire dignità… o solo solitudine.