L’ultima chemio di Emilia: una promessa d’amore in corsia
«Emilia, devi mangiare qualcosa. Non puoi andare a stomaco vuoto.» La voce di Ivan tremava, ma cercava di sembrare ferma. Io fissavo il piatto di pasta fredda, senza appetito, mentre fuori la pioggia batteva sui vetri della nostra piccola cucina bolognese. Era gennaio, e il freddo sembrava entrarmi nelle ossa più della paura stessa.
«Non ce la faccio, Ivan. Sento la nausea solo a guardarlo.»
Lui si avvicinò, mi prese la mano. «Lo so, amore. Ma oggi è l’ultima. L’ultima chemio. Dopo… dopo sarà tutto diverso.»
Mi veniva da ridere, ma era un riso amaro. Quante volte avevamo detto “dopo sarà diverso”? Dopo la prima operazione, dopo la seconda, dopo la terza. Eppure, ogni volta, il “dopo” era solo un’altra salita, un’altra stanza d’ospedale, un altro addio ai miei capelli, alla mia pelle liscia, alla mia vita di prima.
Ivan non mollava mai. Da quando mi avevano diagnosticato il tumore, quattro anni prima, era diventato il mio scudo. Aveva lasciato il lavoro da impiegato per starmi accanto, aveva imparato a cucinare, a fare le pulizie, a gestire le medicine. Ma soprattutto, aveva imparato a sorridere anche quando io non ci riuscivo.
«Emilia, ascoltami. Oggi non sei sola. Non lo sei mai stata.»
Mi guardò negli occhi, e vidi la paura che cercava di nascondere. La stessa paura che avevo io, ma che lui trasformava in forza. Mi vestii piano, indossando la sciarpa che mi aveva regalato mia madre, ormai consumata dalle troppe lavatrici. Ivan mi aiutò con il cappotto, mi strinse forte.
«Andiamo a vincere questa battaglia, eh?»
L’ospedale Sant’Orsola era sempre uguale: odore di disinfettante, luci al neon, visi stanchi. In sala d’attesa, le altre donne mi guardavano con occhi pieni di storie simili. Alcune avevano la parrucca, altre il foulard, tutte con la stessa speranza fragile.
Mi sedetti accanto a Ivan. Lui mi prese la mano, la strinse. «Emilia, oggi ti aspetto qui. Ma… c’è una cosa che devo dirti.»
Lo guardai, sorpresa. Ivan era sempre stato trasparente, ma ora sembrava nascondere qualcosa.
«Che succede?»
«Niente di brutto, te lo prometto. Solo… fidati di me.»
L’infermiera mi chiamò. «Signora Rossi, è il suo turno.»
Mi alzai, sentendo le gambe molli. Ivan mi baciò la fronte. «Ti amo.»
Durante la chemio, il tempo sembrava fermarsi. Guardavo il liquido scendere nella flebo, pensavo a tutto quello che avevo perso e a tutto quello che forse avrei ancora potuto avere. Ogni tanto chiudevo gli occhi, cercando di immaginare il mare, il profumo del basilico, la voce di Ivan che mi raccontava le sue storie assurde.
Quando finì, l’infermiera mi sorrise. «È andata, Emilia. L’ultima.»
Mi vennero le lacrime agli occhi. Non di dolore, ma di sollievo. Mi rivestii piano, sentendo il cuore battere forte. Uscendo dalla sala, vidi Ivan in piedi, ma non era solo. C’erano decine di persone, alcune con cartelli, altre con fiori. Riconobbi i miei vicini di casa, la mia parrucchiera, il panettiere sotto casa, persino la maestra di mio figlio. Tutti lì, per me.
Ivan mi venne incontro, con gli occhi lucidi. «Emilia, volevo che sapessi quanto sei amata. Ho raccontato la tua storia, ho chiesto aiuto. E guarda…»
Mi abbracciarono, mi strinsero le mani, mi dissero parole di coraggio. Una signora mi diede una lettera: «Anche io ho avuto paura, ma ce l’ho fatta. Tu sei più forte di quanto pensi.»
Ivan prese la parola. «Ho organizzato una raccolta fondi per aiutare chi, come Emilia, sta lottando. Perché nessuno deve sentirsi solo.»
Mi sentii sopraffatta. Tutto il dolore, la fatica, la rabbia… in quel momento sembravano valere la pena. Perché non ero più solo una malata, ero una donna amata, una madre, una moglie, una guerriera.
Tornammo a casa tra abbracci e applausi. Quella sera, Ivan mi preparò la zuppa di verdure che odiavo, ma la mangiai tutta. «Perché oggi è un giorno nuovo», mi disse.
A letto, mi strinse forte. «Emilia, io non so cosa ci aspetta. Ma so che, finché ci sarò io, non sarai mai sola.»
Mi addormentai tra le sue braccia, pensando che forse, davvero, il “dopo” poteva essere diverso. Forse non sarei mai più stata quella di prima, ma potevo essere qualcosa di nuovo. Qualcosa di più forte.
Mi chiedo spesso: quante persone si sentono sole nella loro battaglia? E se bastasse un gesto, una parola, per cambiare tutto? Voi cosa ne pensate?