Ogni giorno cucino per Marco: Quando sarà abbastanza?
«Susanna, la pasta è troppo cotta. Lo sai che mi piace al dente.» La voce di Marco risuona nella cucina ancora impregnata di odore di sugo e basilico. Sono le 19:30, la giornata lavorativa è finita da poco, ma per me il vero lavoro inizia adesso. Mi fermo un attimo, il mestolo sospeso a mezz’aria, e sento il solito nodo stringermi la gola.
«Scusa, Marco, oggi ho dovuto fermarmi più a lungo in ufficio. Ho fatto il possibile per arrivare in tempo…»
Lui sospira, scuote la testa e si siede a tavola, sfogliando il giornale come se io fossi invisibile. Mi chiamo Susanna, ho trentotto anni e da dieci sono sposata con Marco. Viviamo a Bologna, in un appartamento che profuma sempre di cibo, ma che da tempo non sa più di casa.
Ogni mattina la sveglia suona alle 5:45. Mi alzo in silenzio, per non svegliare Marco, e vado in cucina. Preparo il caffè, le fette biscottate con la marmellata fatta in casa, e a volte le uova strapazzate, perché lui dice che la colazione è il pasto più importante della giornata. Poi mi vesto in fretta, prendo la borsa e corro in ufficio, dove lavoro come segretaria in uno studio legale. Ma la mia mente è sempre lì, tra i fornelli, a pianificare cosa cucinare per pranzo e cena, a pensare se avrò abbastanza tempo per andare al mercato, se Marco sarà soddisfatto.
Non vuole mai mangiare piatti riscaldati. «Il cibo deve essere fresco, Susanna. Altrimenti che senso ha?» me lo ripete da anni, come se fosse una legge universale. Così ogni giorno, dopo otto ore di lavoro, torno a casa di corsa, mi tolgo il cappotto e mi infilo il grembiule. Taglio, soffriggo, impasto, assaggio. E ogni sera, puntuale come un orologio svizzero, arriva il suo giudizio. Mai un grazie, mai un sorriso di approvazione. Solo critiche, a volte sussurrate, a volte urlate.
Mia madre, quando la chiamo, mi dice sempre: «Susanna, è così che fanno le brave mogli. Tua nonna cucinava per tuo nonno ogni giorno, e non si è mai lamentata.» Ma io non sono mia nonna. E Marco non è mio nonno. La sera, quando finalmente mi siedo sul divano, sento le gambe pesanti e la testa vuota. Mi chiedo se qualcun altro si accorge di quanto sia stancante tutto questo.
Una sera, mentre sto pelando le patate per il purè, sento Marco parlare al telefono con sua madre. «Sì, mamma, Susanna cucina, ma non è mai come lo facevi tu. Il tuo ragù era un’altra cosa.» Sento il sangue salirmi alle guance. Mi viene voglia di urlare, di lanciargli addosso il purè, ma mi limito a stringere il coltello più forte. Quando Marco entra in cucina, mi trova con le lacrime agli occhi. «Che hai adesso?» chiede, quasi infastidito.
«Niente. Solo un po’ di stanchezza.»
«Sei sempre stanca, Susanna. Forse dovresti organizzarti meglio.»
Quella notte non dormo. Guardo il soffitto e penso a quando eravamo fidanzati, a quando cucinare insieme era un gioco, una complicità. Ora è solo un dovere, una catena che mi tiene legata a una vita che non riconosco più. Mi sento sola, anche se Marco è lì, a pochi centimetri da me.
Un sabato mattina, mentre sto impastando la pizza per pranzo, mi chiama mia sorella Chiara. «Susanna, perché non vieni a pranzo da noi domani? Faccio le lasagne.»
«Non posso, Chiara. Marco vuole la pasta fresca la domenica.»
«Ma non puoi sempre rinunciare a tutto per lui! Vieni, ti prego. I bambini chiedono sempre di te.»
Mi sento stringere il cuore. Mi manca la mia famiglia, mi manca ridere senza pensieri, mi manca sentirmi importante per qualcuno che non mi giudica solo per come cucino. Ma so già che domani sarò di nuovo qui, a impastare, a cucinare, a sperare che almeno oggi Marco dica qualcosa di buono.
Un giorno, tornando dal lavoro, trovo Marco seduto in cucina con sua madre, la signora Teresa. Hanno l’aria seria. «Susanna, dobbiamo parlare.»
Mi siedo, il cuore che batte forte. «Cosa succede?»
«Tua suocera dice che non ti impegni abbastanza. Che la casa non è mai in ordine e che il cibo non è mai come dovrebbe essere.»
Mi sento crollare. «Faccio tutto quello che posso. Lavoro tutto il giorno e poi cucino, pulisco, mi occupo di tutto…»
Teresa mi interrompe: «Quando io lavoravo, la sera preparavo sempre tre portate e la casa era uno specchio. Devi imparare a gestire meglio il tempo.»
Vorrei urlare, scappare, ma resto lì, muta, a fissare il tavolo. Quando se ne vanno, Marco mi guarda e dice: «Vedi? Non sono solo io a pensarla così.»
Quella sera, mentre lavo i piatti, mi scivola un bicchiere dalle mani e si rompe in mille pezzi. Mi inginocchio a raccoglierli, le lacrime che scendono senza controllo. Mi sento come quel bicchiere: in frantumi, impossibile da ricomporre.
Passano i giorni, le settimane. Ogni tanto provo a parlare con Marco, a spiegargli come mi sento. «Non capisci quanto sia difficile per me? Non ti basta mai niente, qualunque cosa faccia.»
Lui alza le spalle. «Se non ti va, nessuno ti obbliga.»
Ma è davvero così? Nessuno mi obbliga, ma la pressione è ovunque: nella voce di mia madre, nei giudizi di mia suocera, negli sguardi delle vicine che commentano se stendo i panni troppo tardi o se la tovaglia non è stirata. In Italia, una donna che non si occupa della casa come si deve è ancora vista come una fallita.
Un giorno, al supermercato, incontro Laura, una vecchia compagna di scuola. «Susanna! Da quanto tempo! Come stai?»
«Bene, dai. Un po’ stanca.»
«Ti ricordi quando sognavamo di viaggiare, di aprire una libreria insieme?»
Sorrido, ma dentro sento una fitta. «Sì, me lo ricordo.»
«Io ci sto provando. Ho lasciato il lavoro in banca, sto facendo dei corsi. Non è facile, ma almeno mi sento viva.»
Torno a casa con la testa piena di pensieri. Quando racconto a Marco dell’incontro, lui ride: «Una libreria? Ma dai, Susanna, lascia perdere. Tu sei brava a cucinare, non a vendere libri.»
Quella notte sogno di essere in una piccola libreria, circondata da libri e profumo di caffè. Mi sveglio con una strana sensazione di nostalgia, come se avessi perso qualcosa di prezioso.
Un pomeriggio, mentre sto preparando il minestrone, sento un dolore forte alla schiena. Mi appoggio al tavolo, respiro a fatica. Marco entra in cucina, mi vede pallida. «Che hai?»
«Mi fa male la schiena. Forse ho esagerato.»
«Non puoi fermarti adesso, il minestrone si attacca.»
Mi sento invisibile, inutile. Prendo un momento per me, mi siedo sul balcone e guardo il cielo grigio di Bologna. Penso a tutte le volte che ho messo da parte i miei sogni per accontentare gli altri. Penso a quanto sia difficile dire basta, a quanto sia facile per gli altri giudicare senza sapere cosa si prova davvero.
Un giorno, dopo l’ennesima discussione, prendo coraggio e dico a Marco: «Non ce la faccio più. Voglio una vita diversa. Voglio essere felice anch’io.»
Lui mi guarda, sorpreso. «E cosa vorresti fare?»
«Non lo so ancora. Ma so che non posso continuare così.»
Per la prima volta, sento una piccola fiamma accendersi dentro di me. Forse non cambierà tutto da un giorno all’altro, forse avrò paura, forse sbaglierò. Ma almeno avrò provato a vivere davvero, non solo a sopravvivere.
Mi chiedo: quante donne in Italia vivono la mia stessa storia? Quante di noi hanno rinunciato ai propri sogni per non deludere gli altri? E voi, cosa avreste fatto al mio posto?