Tra gli scaffali della solitudine: la mia battaglia quotidiana al supermercato
«Signora, si sposti, per favore!» La voce della ragazza dietro di me è tagliente come una lama. Stringo il manico del carrello, le mani tremano. Mi volto piano, cercando di non perdere l’equilibrio. «Mi scusi, sto solo cercando il riso integrale…» balbetto, ma lei già sbuffa e mi supera, urtandomi il braccio. Il carrello mi sfugge per un attimo, e sento il cuore battere forte.
Mi chiamo Maria, ho ottantadue anni e ogni settimana il supermercato diventa il mio campo di battaglia. Non è sempre stato così. Ricordo quando venivo qui con mio marito, Franco, e ridevamo tra le corsie, scegliendo i biscotti per i nipoti. Ora, invece, ogni passo è una conquista, ogni scaffale una montagna da scalare.
Oggi piove. Ho aspettato che smettesse, ma la pioggia non ha pietà degli anziani. Il bastone scivola sulle mattonelle bagnate all’ingresso. Nessuno si ferma ad aiutarmi. Un tempo, in paese, ci si conosceva tutti e bastava uno sguardo per ricevere una mano. Ora, qui in città, sono solo una vecchia signora che rallenta la fila.
Mi aggiro tra i reparti, cercando di ricordare la lista che ho scritto a casa. Gli occhiali appannati, le lettere che ballano. «Maria, non dimenticare il latte scremato per la pressione», mi ripeto, ma la memoria gioca brutti scherzi. Mi fermo davanti allo scaffale del latte: quello scremato è in alto, troppo in alto. Allungo la mano, ma non ci arrivo. Guardo intorno, sperando che qualcuno mi noti. Un ragazzo con le cuffie passa senza vedermi. Una signora mi sorride, ma tira dritto.
Mi sento invisibile. Come se la mia presenza fosse un fastidio, un ostacolo tra chi ha fretta e chi non ha più tempo da perdere. Finalmente, un commesso mi vede. «Serve aiuto, nonna?» La parola mi punge, ma annuisco. Lui prende il latte, me lo porge senza guardarmi negli occhi. «Grazie, caro», dico piano. Lui già se n’è andato.
Il carrello è pesante. Ogni volta mi chiedo perché non ordino la spesa a casa, come fanno tanti. Ma la verità è che uscire, vedere la gente, anche solo per pochi minuti, mi fa sentire viva. Anche se nessuno mi parla, anche se torno a casa stanca e con le mani doloranti.
Arrivo alla cassa. La fila è lunga, tutti nervosi. Una madre sgrida il figlio che piange, un uomo parla al telefono, una signora anziana – più anziana di me, forse – conta le monete con le dita tremanti. La cassiera batte la spesa veloce, senza alzare lo sguardo. Quando tocca a me, cerco di essere rapida, ma le mani non collaborano. Le monete cadono, rotolano sotto il nastro. «Signora, deve sbrigarsi, c’è gente!» dice la cassiera, secca. Mi scuso, raccolgo le monete, sento le lacrime agli occhi.
«Mamma, perché la signora ci mette tanto?» chiede una bambina dietro di me. La madre la zittisce, ma io la sento. Mi sento piccola, inutile. Pago, raccolgo le borse – troppo pesanti – e mi avvio verso l’uscita. Nessuno offre aiuto.
Fuori, la pioggia ha ripreso. Mi fermo sotto la tettoia, respiro piano. Penso a Franco, a quanto mi manca. Lui mi avrebbe sorriso, avrebbe detto: «Maria, siamo ancora qui, insieme». Ma ora sono sola. I miei figli vivono lontano, vengono a trovarmi solo a Natale. Mi chiamano ogni tanto, ma hanno le loro vite, i loro problemi. «Mamma, ordina la spesa online, è più comodo», mi dicono. Ma io non voglio arrendermi alla solitudine della tecnologia. Voglio vedere il mondo, anche se il mondo non vede me.
Mi incammino verso casa, le borse che tirano sulle braccia. Ogni passo è una fatica. Passo davanti al bar, vedo i soliti uomini che giocano a carte. Nessuno mi saluta. Una volta, avrei trovato qualcuno con cui scambiare due parole. Ora, tutti hanno fretta, tutti sono distratti.
Arrivo a casa, appoggio le borse sul tavolo. Mi siedo, respiro. Guardo fuori dalla finestra: la pioggia batte sui vetri, il cielo è grigio. Accendo la radio, la voce del giornalista mi tiene compagnia. Penso a quanto sia difficile, per noi anziani, vivere in un mondo che non ci vuole più. Un mondo dove anche comprare il latte diventa una prova di coraggio.
Ripenso a mia madre, a quando ero bambina. Lei mi portava al mercato, mi insegnava a scegliere la frutta, a salutare tutti con un sorriso. Oggi, nei supermercati, non c’è più spazio per i sorrisi. Solo fretta, indifferenza. Mi chiedo se i giovani si rendano conto di quanto sia dura, per chi non ha più la forza di correre.
La sera, telefono a mia figlia. «Come stai, mamma?» chiede, distratta. «Bene, tesoro», rispondo. Non le dico della fatica, della solitudine. Non voglio preoccuparla. Lei mi parla dei nipoti, della scuola, del lavoro. Io ascolto, sorrido, ma dentro sento un vuoto che nessuno può colmare.
A volte penso che dovrei arrendermi, accettare che il mondo è cambiato. Ma poi mi ricordo di Franco, della sua forza, della sua allegria. E allora, ogni settimana, torno al supermercato. Affronto la pioggia, la fatica, l’indifferenza. Perché non voglio sparire. Voglio che qualcuno, anche solo per un attimo, si accorga di me.
Mi chiedo: quanto ci vuole, davvero, per fermarsi e aiutare una persona anziana? Quanto costa un sorriso, una parola gentile? Forse, se ci fermassimo tutti un momento, il mondo sarebbe meno freddo. E io, forse, mi sentirei meno sola.
E voi, vi siete mai fermati ad aiutare qualcuno tra gli scaffali? Avete mai pensato a quanto può essere difficile, per noi anziani, affrontare anche le cose più semplici? Forse, la prossima volta che vedrete una signora come me in difficoltà, vi fermerete. E magari, per un attimo, il supermercato non sarà più un campo di battaglia, ma un luogo dove sentirsi ancora parte del mondo.