Sotto la Schiuma: Una Notte che Non Dimenticherò Mai

«Ma sei impazzito, Luca? Se ci vede qualcuno, siamo rovinati!»

La voce di Martina mi trapassa come un coltello. Siamo in via San Lorenzo, a Genova, e sono quasi le due di notte. La vasca da bagno — sì, una vera vasca da bagno — troneggia in mezzo alla strada, piena di schiuma e acqua calda che abbiamo portato con secchi rubati dalla casa di Marco. Intorno a me ci sono i miei amici: Luca, il solito folle; Martina, la voce della coscienza; Marco, il padrone di casa e della vasca; e io, Giulia, che fino a un’ora fa pensavo che la mia vita fosse noiosa.

«Dai, Marti! È solo per una foto! Poi la rimettiamo a posto,» ride Luca, già mezzo nudo, pronto a tuffarsi tra le bolle. Io lo guardo e mi chiedo come faccia a fregarsene così tanto di tutto. Forse è per questo che lo amo e lo odio allo stesso tempo.

«Giulia, vieni anche tu!» urla Marco. «Non fare la solita! Stasera si vive!»

Mi guardo intorno. Le finestre sono buie, la città sembra dormire. Ma sento il cuore che batte forte: non solo per la paura di essere scoperti, ma perché so che questa notte cambierà qualcosa tra noi. Forse tutto.

Mi tolgo le scarpe e salgo nella vasca. L’acqua è tiepida, la schiuma mi solletica la pelle. Martina ci raggiunge con riluttanza, mentre Luca versa ancora bagnoschiuma ridendo come un matto.

«Siamo degli idioti,» sussurra Martina. Ma sorride.

Per qualche minuto dimentichiamo tutto: le bollette non pagate, i genitori che non ci capiscono, i lavori precari. Siamo solo noi e la notte.

Poi sentiamo un rumore: una finestra si apre al secondo piano. È la signora Bianchi, la vicina più pettegola del quartiere.

«Ma che state facendo? Siete fuori di testa?»

Luca le manda un bacio. «Signora Bianchi, venga anche lei! C’è posto!»

Lei sbatte la finestra con forza. Ridiamo tutti, ma io sento un brivido. So che domani tutta la via parlerà di noi.

«Ragazzi, forse dovremmo smettere,» dice Martina. «Se mio padre lo scopre…»

La capisco. Suo padre è un carabiniere in pensione, severo come pochi. Ma Luca scuote la testa.

«Sempre paura di tutto! Non vi rendete conto che questa è la nostra vita? Che tra dieci anni saremo tutti chiusi in ufficio a rimpiangere queste notti?»

Le sue parole mi colpiscono. Penso a mia madre che mi ripete ogni giorno: “Trova un lavoro vero, Giulia. Smettila di perdere tempo con questi amici.” Ma io non voglio dimenticare chi sono.

All’improvviso Marco si fa serio. «Ragazzi… devo dirvi una cosa.»

Ci guardiamo tutti. Lui abbassa lo sguardo.

«I miei genitori stanno per separarsi. Ho sentito mia madre piangere ieri notte.»

Un silenzio pesante cade su di noi. Nessuno sa cosa dire. Poi Martina lo abbraccia.

«Mi dispiace tanto, Marco.»

Luca cerca di sdrammatizzare: «Ecco perché hai voluto fare questa follia? Per non pensare?»

Marco annuisce. Io sento le lacrime agli occhi. Quante cose nascondiamo dietro una risata?

La notte va avanti tra confessioni e battute. Martina racconta del suo sogno di andare a vivere a Milano, lontano dal padre e dalla provincia che la soffoca. Luca ammette che ha perso il lavoro al bar e non sa come dirlo ai suoi genitori.

Io resto in silenzio. Nessuno sa che ho appena scoperto di essere incinta. Non so chi sono, né cosa voglio diventare. Ho paura.

All’improvviso sentiamo delle sirene in lontananza. Il panico ci assale.

«Via! Tutti fuori!» urla Marco.

Usciamo dalla vasca in fretta e furia, raccogliendo i vestiti bagnati e cercando di trascinare la vasca verso il portone. Ma è pesantissima.

Le sirene si avvicinano sempre di più. Martina piange dal nervoso.

«È colpa tua!» grida a Luca. «Se ci arrestano è colpa tua!»

Luca si ferma e la guarda negli occhi.

«No, è colpa nostra se abbiamo paura di vivere.»

Le luci blu illuminano la strada. Un’auto della polizia si ferma davanti a noi. Un agente scende e ci guarda incredulo.

«Che succede qui?»

Nessuno parla. Poi Marco prende coraggio.

«Scusi… volevamo solo divertirci un po’.»

L’agente ci osserva per qualche secondo interminabile. Poi sorride appena.

«Portate via questa vasca prima che vi veda qualcun altro.»

Sparisce nella notte senza aggiungere altro.

Restiamo immobili per un attimo, poi scoppiamo tutti a ridere e piangere insieme.

Quando finalmente rientriamo in casa di Marco, siamo esausti ma diversi. Qualcosa si è rotto — o forse si è aggiustato — tra noi.

Martina mi prende da parte mentre gli altri preparano il tè caldo.

«Giulia… tu stai bene? Sei strana stasera.»

Vorrei dirle tutto, ma non ci riesco. Mi limito ad abbracciarla forte.

Quella notte non dormo. Penso a mio figlio — sì, mio figlio — e a quanto sia difficile crescere in Italia oggi: tra sogni che sembrano troppo grandi e realtà che ti schiaccia ogni giorno un po’ di più.

Al mattino presto torno a casa camminando per le strade vuote di Genova. Il sole sorge sul porto e io mi sento fragile ma viva come non mai.

Mi chiedo: quante volte dobbiamo rischiare tutto per sentirci davvero noi stessi? E voi… avete mai avuto il coraggio di essere folli almeno una notte?