Una volta ero l’anima della festa. Oggi, nel giorno del mio compleanno, il silenzio mi assorda.
«Ma davvero nessuno ti ha ancora chiamata?» La voce di mia madre, tagliente come una lama, mi risuona nella testa anche ora che sono sola in cucina, fissando la moka che borbotta sul fornello. È il mio compleanno. Un tempo questa giornata era un tripudio di messaggi, telefonate, fiori e risate. Oggi, solo il ticchettio dell’orologio e il profumo del caffè che si diffonde in una casa troppo grande per una persona sola.
Mi chiamo Alessandra, ho cinquantadue anni e vivo a Bologna. Una volta ero l’anima della festa. Quella che organizzava cene per venti persone anche all’ultimo minuto, che sapeva sempre chi mettere vicino a chi per evitare discussioni e favorire nuove amicizie. Ero quella che ricordava i compleanni di tutti, anche quelli dei figli degli amici. Ero quella che non diceva mai di no a un favore, a una chiacchierata, a un bicchiere di vino dopo il lavoro.
«Ale, tu sei troppo buona. Un giorno ti stancherai di dare senza ricevere», mi diceva sempre mia sorella Francesca. Ridevo e scrollavo le spalle. Non capivo quanto avesse ragione.
Oggi il telefono è muto. Nessun messaggio su WhatsApp, nessuna chiamata. Nemmeno da Francesca, che da quando ha litigato con nostra madre per questioni di eredità non mi parla più. Mi sono trovata in mezzo, come sempre, cercando di mediare tra due donne testarde e orgogliose. Alla fine ho perso entrambe.
Mi siedo al tavolo della cucina con la tazzina tra le mani. Guardo fuori dalla finestra: la pioggia batte sui tetti rossi della città. Ricordo i compleanni passati: la tavola imbandita, le risate dei miei amici storici – Marco, Giulia, Paolo – le candele sulla torta e la voce di mio padre che intonava “Tanti auguri” stonando clamorosamente.
Mio padre non c’è più da cinque anni. Da allora qualcosa si è spezzato nella nostra famiglia. Mia madre si è chiusa in se stessa, Francesca si è trasferita a Milano e io… io sono rimasta qui, a raccogliere i cocci di una vita che non riconosco più.
Il lavoro in banca mi ha sempre assorbita molto. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato anche lì: i colleghi più giovani mi guardano come se fossi un mobile antico da spostare solo quando serve. I pranzi insieme sono diventati rari, le confidenze ancora di più.
«Ale, vieni con noi stasera?»
«No dai ragazzi, sono stanca…»
Quante volte ho detto così? Quante volte ho preferito tornare a casa invece di uscire? All’inizio era solo stanchezza vera, poi è diventata abitudine. E l’abitudine è diventata solitudine.
Mi alzo e apro la credenza: dentro c’è una scatola di latta con vecchie foto. Ne prendo una a caso: io e Marco al mare a Rimini, estate del ’98. Siamo giovani, abbronzati, felici. Marco rideva sempre, aveva una battuta pronta per ogni occasione. Poi si è trasferito a Firenze per lavoro e ci siamo persi di vista. Ho provato a chiamarlo qualche volta, ma le conversazioni erano sempre più brevi, più fredde.
Un’altra foto: io e Giulia al matrimonio di Paolo. Giulia era la mia migliore amica dai tempi dell’università. Poi ha avuto due figli e la sua vita si è riempita di impegni che non prevedevano più me. L’ultima volta che ci siamo viste è stato tre anni fa, per caso al supermercato. «Dobbiamo vederci!», aveva detto abbracciandomi forte. Non ci siamo mai viste.
La porta d’ingresso sbatte all’improvviso: è il vento. Per un attimo spero sia qualcuno che viene a farmi una sorpresa. Ma no, nessuno viene più senza avvisare.
Mi siedo sul divano con il telefono in mano. Scorro la rubrica: quanti nomi inutili ormai… Persone che non sento da anni, numeri che non so nemmeno se esistono ancora. Mi fermo su quello di mia madre. Dovrei chiamarla? Ma cosa le direi? Che sono sola? Che aveva ragione lei quando diceva che gli amici veri si contano sulle dita di una mano?
Il campanello suona all’improvviso. Il cuore mi balza in gola.
«Chi è?»
«Posta!»
Apro la porta: il postino mi porge una busta bianca.
«Buon compleanno signora Alessandra», dice sorridendo timidamente.
Resto senza parole. «Grazie…»
Chiudo la porta e apro la busta: è una cartolina da parte di mia zia Lucia da Napoli. Scrive sempre per i compleanni, anche se non ci vediamo mai.
“Cara Alessandra,
ti penso spesso e spero che tu stia bene. Non dimenticare mai quanto sei speciale.”
Mi scendono le lacrime senza riuscire a fermarle. Mi sento stupida a piangere per una cartolina, ma forse è proprio questo il punto: basta poco per sentirsi meno soli.
Il telefono vibra: finalmente un messaggio! È della farmacia sotto casa: “Ricordiamo che il suo farmaco è pronto per il ritiro.”
Sorrido amaramente.
Mi alzo e decido di uscire a prendere il farmaco solo per vedere qualcuno, anche solo la farmacista che mi chiede sempre come sto.
Per strada incontro la signora Rosa del terzo piano.
«Buongiorno Alessandra! Oggi è il suo compleanno vero? Auguri!»
«Grazie Rosa…»
«Sa che mia figlia si sposa? Magari viene anche lei alla festa…»
Annuisco distrattamente ma dentro sento un piccolo calore accendersi: forse non sono così invisibile come penso.
Entro in farmacia e la dottoressa mi sorride.
«Auguri signora Alessandra! Come sta oggi?»
«Bene… credo.»
«Se vuole passare dopo la chiusura beviamo un caffè insieme io e le ragazze.»
Per un attimo vorrei dire di no, come sempre. Ma poi penso che forse questa è l’occasione per ricominciare.
Torno a casa con il cuore un po’ più leggero e decido di chiamare Francesca.
«Pronto?»
«Ciao Fra… sono io.»
Silenzio.
«Ale… tutto bene?»
«Oggi è il mio compleanno.»
«Lo so… scusa se non ti ho chiamata prima.»
La voce le trema. Sento che anche lei sta piangendo.
«Possiamo vederci presto?»
«Sì… sì certo.»
Resto seduta sul letto con il telefono in mano ancora caldo della sua voce. Forse non tutto è perduto.
Mi guardo allo specchio: vedo una donna diversa da quella delle foto nella scatola di latta, ma forse non peggiore. Solo più vera.
Mi chiedo: quante persone oggi si sentono come me? Quanti hanno paura di chiedere aiuto o semplicemente compagnia? E se fossimo tutti un po’ più coraggiosi nel cercare gli altri invece di aspettare che siano loro a cercare noi?