Ho diritto alla felicità a cinquantasette anni?
«Mamma, non puoi essere seria.»
La voce di Jelena taglia l’aria come una lama sottile. Siamo sedute al tavolo della cucina, la moka ancora calda tra noi, ma il caffè ha un sapore amaro stasera. Fuori piove, le gocce tamburellano sui vetri come se volessero entrare anche loro nella nostra discussione.
«Jelena, ascoltami…» cerco di dire, ma lei mi interrompe subito.
«No, mamma. Non posso credere che tu voglia davvero sposare Dragan. Non lo conosci abbastanza. E poi… a cinquantasette anni?»
Mi stringo nelle spalle, sento il cuore battere forte. Da quando ho conosciuto Dragan, la mia vita ha ripreso colore. Dopo la morte di tuo padre, pensavo che non avrei più provato nulla del genere. Ma Dragan è diverso: mi fa sentire viva, desiderata. Eppure ogni volta che ne parlo con Jelena, mi sembra di tradire qualcosa.
«Non è questione di età,» sussurro, «ma di felicità.»
Lei scuote la testa, gli occhi pieni di lacrime che non vuole lasciar cadere. «E se ti sta solo usando? Se vuole solo la casa? I soldi?»
Mi fa male sentirlo. So che Jelena ha paura per me, ma sento anche il peso dei suoi giudizi. In fondo, non sono mai stata una donna coraggiosa. Ho sempre vissuto per gli altri: per mio marito, per mia figlia, per la famiglia. Ora che finalmente sento il desiderio di pensare a me stessa, tutto sembra crollare.
La sera scende su Torino e io resto seduta in cucina, sola con i miei pensieri. Ricordo quando Jelena era piccola: aveva paura del temporale e correva nel mio letto. Ora sono io ad avere paura, ma non posso correre da nessuno.
Il giorno dopo incontro Dragan al mercato di Porta Palazzo. Mi sorride da lontano, con quel suo modo gentile che mi ha conquistata fin dal primo giorno. Porta una rosa rossa nascosta dietro la schiena.
«Per te,» dice porgendomela.
Sorrido, ma dentro sento un groviglio. «Dragan… Jelena non è d’accordo.»
Lui sospira, si passa una mano tra i capelli brizzolati. «Lo so, Milena. Ma io ti amo. Non posso fare altro che aspettare.»
Vorrei credergli senza riserve, ma le parole di Jelena mi ronzano in testa come un’ape fastidiosa. E se avesse ragione lei? Se stessi solo cercando una scusa per non sentirmi sola?
Torno a casa con la rosa tra le mani e trovo Jelena seduta sul divano. Ha in mano una vecchia foto di famiglia: io, lei e suo padre al mare di Rimini tanti anni fa.
«Ti ricordi?» chiede senza guardarmi.
Annuisco. «Certo che mi ricordo.»
«Papà non avrebbe mai permesso una cosa del genere.»
Mi siedo accanto a lei. «Papà non c’è più da dieci anni, Jelena. E io… io sono ancora viva.»
Lei si volta verso di me, finalmente le lacrime scendono libere. «Ho paura di perderti.»
La abbraccio forte. «Non mi perderai mai. Ma devi lasciarmi vivere.»
Passano i giorni e la tensione cresce in casa. Mia sorella Lucia mi chiama ogni sera per sapere come va.
«Milena, devi pensare anche a te stessa,» mi dice con voce decisa. «Non puoi vivere sempre nell’ombra degli altri.»
Ma poi aggiunge: «Però stai attenta. Gli uomini possono essere furbi.»
Anche lei ha paura per me, ma almeno cerca di capirmi.
Una domenica invito Dragan a pranzo da noi. Voglio che lui e Jelena si conoscano meglio, che possano parlarsi senza pregiudizi.
La tavola è apparecchiata con cura: tovaglia bianca, piatti della festa, un mazzo di fiori freschi al centro.
Dragan arriva puntuale, con una bottiglia di Barbera e un sorriso timido.
«Buongiorno Jelena,» dice tendendole la mano.
Lei lo guarda per un attimo, poi gliela stringe senza entusiasmo.
Il pranzo scorre tra silenzi e frasi spezzate. Parliamo del tempo, del lavoro di Jelena in ospedale («Turni massacranti,» sospira lei), dei ricordi d’infanzia.
A un certo punto Dragan si fa coraggio: «So che hai dei dubbi su di me, Jelena. Ma io amo tua madre davvero.»
Lei lo fissa negli occhi: «Non voglio che soffra ancora.»
Lui abbassa lo sguardo: «Nemmeno io.»
Dopo pranzo Jelena esce senza dire una parola. Resto sola con Dragan in cucina.
«Forse non funzionerà mai,» dico piano.
Lui mi prende la mano: «Non arrenderti adesso.»
Quella notte non dormo. Mi rigiro nel letto pensando a tutto quello che ho sacrificato nella vita: sogni lasciati a metà, viaggi mai fatti, passioni soffocate per senso del dovere.
Mi chiedo se sia giusto chiedere ancora qualcosa per me stessa.
Il giorno dopo ricevo una lettera da Jelena. Non riesce a parlarmi faccia a faccia, così scrive:
Mamma,
ti voglio bene più di ogni cosa al mondo. Ho paura che tu possa soffrire ancora e forse sono stata troppo dura con te e con Dragan. Ma se lui ti rende felice… allora forse devo imparare a lasciarti andare.
Le lacrime mi rigano il viso mentre leggo quelle parole. Prendo il telefono e la chiamo subito.
«Grazie,» le dico solo questo.
La settimana dopo io e Dragan ci sposiamo in Comune, in una mattina piovosa ma piena di luce dentro di me. Jelena è lì con noi; mi abbraccia forte prima della cerimonia e mi sussurra all’orecchio: «Ti voglio felice.»
Ora sono qui, seduta sul balcone della nostra nuova casa con Dragan accanto e il profumo del basilico nell’aria.
Mi chiedo: quante donne come me hanno paura di chiedere la felicità? È davvero troppo tardi per amare? Forse la risposta è semplice: non è mai troppo tardi per scegliere se stesse.