Non sono la madre che volevate?

«Non sono la madre che volevate?»

La domanda mi rimbomba nella testa mentre guardo fuori dalla finestra della mia cucina, osservando la pioggia che batte sui sampietrini di via Garibaldi. Il telefono squilla. È la terza volta oggi. Spero sia uno dei miei figli. Invece, è solo Rosa, la vicina: «Maria, hai visto il tempo? Sembra novembre!»

Sorrido, ma dentro sento solo gelo. «Sì, Rosa, sembra proprio novembre.»

Rosa abita di fronte a me da vent’anni. Sa tutto di me, e io di lei. Ma ci sono cose che non si dicono nemmeno tra amiche: come il vuoto che si allarga ogni volta che sento la voce dei miei figli solo attraverso un telefono, mai più tra le mura di questa casa.

Ho cresciuto tre figli da sola. Quando Giovanni se n’è andato con quella donna di Milano, avevo appena compiuto trentadue anni. Mi ha lasciata con tre bambini piccoli e una casa da mantenere. Non mi sono mai risposata. Non ne avevo il tempo, né la forza. Ho lavorato come infermiera all’ospedale di Modena per trent’anni, turni di notte e mattine senza fine. Ho cucinato, lavato, aiutato con i compiti, asciugato lacrime e nascosto le mie.

«Mamma, perché papà non torna?» mi chiedeva spesso Luca, il più piccolo.

«Perché a volte le persone si perdono,» rispondevo, stringendolo forte.

Ora Luca vive a Torino. È ingegnere, ha una famiglia sua. Mi chiama ogni tanto, sempre di fretta: «Mamma, scusa se non passo. Il lavoro mi uccide.»

Francesca, la mia unica figlia femmina, è a Firenze. Fa la fotografa. Non ha mai voluto figli: «Ho visto quanto hai sofferto tu, mamma.» Ogni volta che lo dice è come una coltellata.

E poi c’è Marco, il maggiore. Vive a Roma. Non so nemmeno più cosa faccia davvero. Da anni ormai ci parliamo solo tramite messaggi: «Tutto bene, mamma.»

Ogni Natale preparo la tavola per cinque. Ogni volta mi dico che quest’anno torneranno tutti insieme. Ogni volta mi sbaglio.

L’anno scorso ho cucinato il ragù come piaceva a loro da bambini. Ho messo i piatti buoni e acceso le candele. Alle otto di sera mi ha chiamato Francesca: «Mamma, scusami… ho un servizio fotografico domani mattina presto.» Luca ha mandato un messaggio: «I bambini hanno la febbre.» Marco non ha scritto nemmeno quello.

Ho mangiato da sola davanti alla televisione accesa solo per non sentire il silenzio.

Rosa ogni tanto mi invita a prendere un caffè da lei. Parliamo dei tempi andati, dei figli che crescono e se ne vanno. Lei dice: «Almeno tu li hai cresciuti bene.» Ma io penso solo a quanto li ho persi.

Una sera di febbraio, mentre sistemavo le foto in salotto, ho trovato una lettera mai spedita di Marco. Era indirizzata a me:

«Mamma,
Non so se leggerai mai queste parole. Ho sempre avuto paura di deluderti. Da quando papà se n’è andato ti ho visto diventare forte per noi, ma io non sono mai stato forte come te…»

Mi sono seduta sul divano e ho pianto come non facevo da anni.

Il giorno dopo ho chiamato Marco. La sua voce era distante, quasi infastidita: «Mamma, sto lavorando…»

«Marco,» ho sussurrato, «ti prego… vieni a trovarmi.»

Silenzio.

«Vediamo…»

Non è mai venuto.

A volte penso che sia colpa mia. Forse ho chiesto troppo? Forse li ho soffocati con il mio amore? Forse avrei dovuto pensare anche a me stessa ogni tanto?

Una domenica mattina Rosa è venuta da me con una torta: «Maria, oggi viene mia figlia con i nipotini. Perché non vieni anche tu?»

Ho sorriso e ho detto di no. Non volevo essere l’ospite pietosa tra le risate degli altri.

Quella sera ho preso coraggio e ho scritto un messaggio nel gruppo WhatsApp dei miei figli:

«Mi mancate. Vorrei vedervi almeno una volta tutti insieme prima che sia troppo tardi.»

Francesca ha risposto subito: «Mamma, non dire così!»
Luca ha mandato un cuore.
Marco ha visualizzato e basta.

Passano i giorni e la solitudine diventa una coperta pesante sulle spalle.

Un pomeriggio sento bussare alla porta. Apro con il cuore in gola.
È solo Rosa: «Maria… tutto bene?»

Vorrei gridare che no, non va bene! Che sono stanca di aspettare! Ma sorrido e dico: «Sì, tutto bene.»

La notte sogno i miei figli piccoli che corrono in giardino sotto il sole d’estate. Mi sveglio con le lacrime agli occhi.

Mi chiedo spesso se sono stata una buona madre o solo una madre presente ma ingombrante. Se avessi avuto un marito accanto sarebbe stato diverso? Se avessi pensato anche a me stessa invece che solo a loro?

Un giorno ricevo una telefonata dall’ospedale dove lavoravo: cercano volontari per aiutare gli anziani soli come me.
Accetto subito.

Inizio a passare i pomeriggi con altri vecchi dimenticati dai figli. Parliamo delle nostre vite, delle nostre speranze tradite e delle piccole gioie che ancora ci restano.

Un giorno una signora mi dice: «Sa cosa penso? Che i figli non ci appartengono davvero. Li mettiamo al mondo ma poi volano via.»

Forse è vero.

Ma allora perché fa così male?

Mi chiamo Maria e questa è la mia storia.
Vi chiedo: avete mai avuto paura di essere dimenticati dalle persone che amate di più? E voi figli, vi siete mai chiesti cosa prova davvero una madre quando aspetta invano il vostro ritorno?