A sette anni ho preso per mano i miei fratellini e ho bussato alla porta della zia che mia madre non voleva più vedere
«Mamma, basta. Ti prego, alzati.»
Le tiravo piano la manica del maglione, quello grigio con una macchia di vino sul polso. Era sdraiata sul divano, con la testa piegata da una parte e la bocca appena aperta. Sul tavolino c’erano una bottiglia vuota, il portacenere pieno e il telecomando caduto a terra.
Avevo sette anni e non sapevo che cosa volesse dire morire. Sapevo solo che mia madre, quando beveva troppo, dormiva a lungo. Poi si svegliava arrabbiata, chiedeva acqua, si chiudeva in bagno e ci diceva di non fare rumore.
Quella volta però non si muoveva.
«Giulia, ho fame», mi disse Matteo, che aveva quattro anni e si strofinava gli occhi con i pugni.
Sofia, due anni appena, piangeva nel suo lettino. Piangeva con quella voce spezzata dei bambini piccoli, che sembra non finire mai.
«Adesso mamma si alza», mentii.
Lo dissi con una sicurezza che non sentivo. Avevo paura perfino di guardarla bene. Le sfiorai la guancia: era fredda. Non gelida, non ancora. Fredda come le mattonelle del corridoio d’inverno.
La nostra casa era al piano terra di un palazzo vecchio alla periferia di Bologna. D’inverno l’umidità entrava dalle finestre e la caldaia si bloccava spesso. Mia madre diceva sempre che avrebbe chiamato qualcuno, ma poi i soldi servivano per altro. Per la spesa, per le bollette, per le sigarette. O per quelle bottiglie che nascondeva male dietro i detersivi.
Il primo giorno mangiammo quello che trovai: biscotti quasi finiti, due fette biscottate, un vasetto di yogurt che divisi in tre con un cucchiaino. Diedi la parte più grande a Sofia. Matteo mi guardò senza protestare, e quella cosa mi fece male più di un capriccio.
La sera accesi tutte le luci, anche se mia madre urlava sempre quando lo facevo.
«Costa», diceva. «Tu non capisci che costa tutto.»
Quella notte Matteo dormì accanto a me nel letto. Sofia la presi in braccio, anche se pesava e mi scivolava dalle mani. Continuavo a sentire i rumori del palazzo: un ascensore, un cane che abbaiava, qualcuno che trascinava una sedia al piano di sopra.
Pensavo che prima o poi qualcuno avrebbe bussato.
Nessuno bussò.
Il secondo giorno provai a telefonare a mia madre con il suo cellulare. Non sapevo il codice per sbloccarlo. Chiamai dal telefono fisso il 118, perché il numero me lo ricordavo da una pubblicità, ma quando una signora rispose mi bloccai.
«Pronto? Mi senti?»
Avevo il dito davanti alla bocca. Matteo mi fissava. Sofia si era fatta la pipì addosso e tremava un poco, forse per il freddo.
«Pronto, chi parla?»
Riagganciai.
Mi vergogno ancora di quel gesto, anche se ero una bambina. Avevo paura che arrivassero persone sconosciute e ci portassero via. Mia madre ce lo ripeteva ogni volta che qualcuno provava ad aiutarla.
«Se parlate con gli assistenti sociali, vi dividono. E non rivedrete più la mamma.»
Per noi era una minaccia terribile. Così avevo imparato a dire a scuola che andava tutto bene. Se arrivavo senza merenda, dicevo che non avevo fame. Se avevo addosso odore di fumo, dicevo che mio nonno fumava. Non avevo nemmeno un nonno vicino, ma nessuno faceva domande abbastanza a lungo.
Al terzo giorno aprii il frigo. C’era solo una bottiglia d’acqua, una cipolla molle e un pezzo di formaggio con la crosta dura. Matteo lo morse e fece una faccia strana.
«Sa di muffa.»
«Mangialo lo stesso», gli dissi.
Lui abbassò la testa. «Mamma è arrabbiata con noi?»
Fu in quel momento che capii che non potevamo restare lì.
Avevo paura di uscire. Mia madre non ci lasciava mai andare da soli oltre il portone. Però ricordavo una persona. La zia Teresa, sua sorella maggiore. L’avevo vista una sola volta, anni prima, durante un Natale finito male. Mia madre aveva gridato in cucina, la zia aveva pianto e poi la porta si era chiusa così forte che tremarono i bicchieri nella credenza.
«Quella donna non deve più entrare nelle nostre vite», aveva detto mamma.
Ma io ricordavo che zia Teresa mi aveva regalato un paio di calze rosa e mi aveva pettinato i capelli con delicatezza. Ricordavo il suo profumo di sapone e crema per le mani.
Sapevo dove abitava perché una volta mia madre, furiosa, aveva indicato dal finestrino di un autobus un palazzo color mattone vicino alla farmacia.
Vestii Matteo con due maglie una sopra l’altra. A Sofia infilai il giubbotto sopra il pigiama. Le misi anche una sciarpa troppo lunga, che le arrivava quasi alle ginocchia.
Prima di uscire guardai mamma un’ultima volta.
«Torniamo presto», le sussurrai.
Non rispose.
Fuori faceva un freddo che tagliava le orecchie. Matteo mi stringeva la mano così forte da farmi male, ma non gliela tolsi. Sofia camminava poco, allora la presi in braccio per un tratto. A un certo punto caddi quasi sul marciapiede bagnato.
«Giulia, voglio casa», singhiozzò Matteo.
«Anche io», gli dissi. Era la verità. «Ma dobbiamo andare dalla zia.»
Ci mettemmo molto più di quanto immaginassi. Chiesi a un signore fuori da un bar dov’era la farmacia grande. Lui ci guardò, guardò Sofia in pigiama, poi mi domandò se fossimo soli.
Io tirai Matteo verso di me.
«Andiamo dalla zia Teresa.»
Forse capì che non doveva insistere. Ci indicò la strada e ci diede tre brioche avvolte in un tovagliolo. Matteo mangiò la sua in silenzio. Sofia si sporcò tutta di crema. Per un attimo sembrò quasi una mattina normale.
Quando arrivammo al palazzo color mattone, le gambe mi tremavano. Sul citofono c’era scritto “T. Bianchi”. Premetti il pulsante una volta. Poi un’altra.
«Chi è?» disse una voce dall’alto.
Non riuscivo a parlare.
«Pronto?»
«Sono Giulia», dissi infine. «La figlia di Elena.»
Ci fu un silenzio lungo. Pensai che ci avrebbe mandati via. Che avrebbe detto che mia madre non voleva vederla e che quindi non voleva vedere neppure noi.
Invece il portone scattò.
Zia Teresa arrivò di corsa giù per le scale, senza cappotto, con le ciabatte ai piedi. Appena ci vide si portò una mano alla bocca. Non fece domande subito. Si inginocchiò davanti a noi e mi strinse così forte che per la prima volta, dopo tre giorni, lasciai uscire il pianto.
«Mamma non si sveglia», riuscii a dire contro la sua spalla. «Io ho provato. Te lo giuro, zia, ho provato.»
Lei diventò bianca. Mi prese il viso tra le mani.
«Non è colpa tua, Giulia. Non lo è mai stata.»
Poi chiamò i soccorsi. Tutto il resto arrivò troppo veloce: l’ambulanza, due carabinieri, una donna dei servizi sociali con gli occhi stanchi ma gentili. Ci portarono dalla zia mentre andavano a casa nostra.
La sera, Teresa si sedette sul bordo del letto dove dormivamo tutti e tre insieme. Aveva lavato Sofia, dato a Matteo una tuta di suo figlio Davide e a me una camicia da notte troppo grande.
Non volevo guardarla. Sapevo già che cosa stava per dire.
«La mamma?» chiesi.
Zia Teresa inspirò, ma le tremò il respiro. «La mamma è morta, amore.»
Pensai che avrei urlato. Invece no. Chiesi soltanto: «Perché non si è svegliata per noi?»
La zia scoppiò a piangere. E io capii una cosa terribile: anche gli adulti, qualche volta, non hanno una risposta.
Sono passati molti anni. Teresa ci ha cresciuti senza sostituire nostra madre, senza raccontarci bugie. Ha combattuto con avvocati, colloqui, rate, sensi di colpa. Ma quella bambina di sette anni è rimasta dentro di me.
Mi chiedo ancora: quante volte un bambino deve chiedere aiuto prima che un adulto lo ascolti davvero? E voi, sareste riusciti a perdonare?