Mio fratello vuole mettere nostra madre in RSA, ma per anni sono stata io a lavarla, nutrirla e tenerla in vita da sola

«Portiamola in una RSA. È la cosa più sensata, Chiara.»

Mio fratello Enrico lo disse appoggiato allo stipite della porta, con il cappotto ancora addosso e le chiavi della sua macchina in mano. Era arrivato da venti minuti. Venti minuti dopo quasi quattro mesi di assenza.

Io avevo appena finito di cambiare il pannolone a nostra madre.

Avevo le mani arrossate dal sapone e la schiena che mi pulsava per averla sollevata dal letto alla carrozzina. In cucina, sul tavolo, c’erano le scatole dei farmaci, la glicemia segnata su un quaderno a quadretti, la prescrizione per gli esami del sangue e una tazza di camomilla ormai fredda.

Lo guardai senza riuscire a parlare.

«Hai capito cosa ho detto?» insistette lui. «Una struttura buona. Con infermieri, medici. Non puoi mica continuare così.»

Non puoi.

Come se mi stesse facendo un favore. Come se fosse venuto a salvarmi.

«E tu cosa puoi fare, Enrico?» gli chiesi piano.

Lui abbassò lo sguardo verso il telefono. «Io ho il lavoro, Chiara. Ho i ragazzi. Lo sai che non posso assentarmi come vuoi tu.»

Mi venne da ridere, ma era una risata brutta, spezzata. «Anch’io lavoro. Anch’io ho una figlia. E ho pure un marito che ormai cena da solo tre sere alla settimana perché io sono qui.»

Dalla camera arrivò la voce di mamma, debole ma abbastanza chiara.

«Non urlate… mi fate agitare.»

Era così da cinque anni. Da quando l’ictus le aveva tolto forza alla gamba sinistra e un po’ di voce, lasciandole però intatto quel modo di guardarmi come se ogni cosa fosse scontata. Come se io fossi nata per essere lì.

Mi chiamo Chiara, ho quarantasette anni e lavoro in un supermercato a Pavia. Faccio turni che cambiano ogni settimana: mattina, pomeriggio, sabato, festivi. Quando mamma si è ammalata, all’inizio pensavo che ci saremmo organizzati tutti insieme.

Io, Enrico e mamma.

Che sciocca.

Enrico è sempre stato il preferito. Non lo dico per gelosia. Lo dico perché l’ho visto per tutta la vita. Se prendeva un brutto voto, mamma diceva che l’insegnante ce l’aveva con lui. Se spariva per giorni senza chiamare, era perché era stressato. Se chiedeva soldi, lei apriva il portafoglio anche quando dentro c’erano solo banconote contate per la spesa.

Io invece ero quella responsabile. Quella che “sa cavarsela”. La frase che mi ha rovinato la vita, forse.

«Chiara, tu sei forte.»

Me l’ha detto persino il giorno in cui ho trovato mamma a terra in bagno, tremante, con la guancia schiacciata sulle piastrelle fredde. Erano le sei e mezza del mattino. Avevo appena accompagnato mia figlia Martina alla fermata del pullman e stavo per entrare al lavoro.

Ho chiamato il 118, sono salita sull’ambulanza, ho avvisato il responsabile del turno. Enrico l’ho chiamato sette volte.

Mi ha risposto alle undici e venti.

«Scusa, ero in riunione. Come sta?»

Come sta.

Quella notte, al pronto soccorso, mamma mi ha stretto il polso con le dita magre. «Non dire niente a Enrico, poverino. Ha già tanti pensieri.»

Io ero lì da sedici ore, con le scarpe da lavoro ancora ai piedi e lo stomaco chiuso. Ma lui era quello con tanti pensieri.

Dopo quella caduta ho cominciato a dormire spesso da lei. Mio marito, Davide, all’inizio capiva. Veniva persino a montare le sponde del letto, a cambiare una lampadina, a sistemare il tappeto del corridoio perché mamma inciampava.

Poi una sera mi disse: «Chiara, tua madre ha due figli. Io non voglio lasciarti sola, ma non puoi sparire dalla tua vita.»

Mi arrabbiai con lui. Gli dissi che non capiva. Che mamma aveva bisogno di me.

La verità è che avevo paura. Paura che, se non facevo tutto io, succedesse qualcosa. E che tutti avrebbero dato la colpa a me.

Nel frattempo Enrico mandava messaggi ogni tanto. “Come va?” “Servono soldi?”

Alla seconda domanda rispondevo quasi sempre di no, perché sapevo cosa sarebbe successo. Una volta gli chiesi di dividere il costo della badante per tre pomeriggi alla settimana. Erano quattrocentottanta euro al mese.

Mi mandò un vocale di due minuti.

«Chiara, in questo periodo sono proprio tirato. Tra il mutuo, la palestra di Lorenzo, la danza di Beatrice… poi sai, Paola non è d’accordo a spendere così. Magari puoi chiedere qualche aiuto al Comune.»

Quella sera mamma mi chiese perché avevo gli occhi gonfi.

«Niente, mamma.»

«Enrico sta bene?»

Non mi chiese se stavo bene io.

Quando lui parlò della RSA, mamma era sveglia. Sentì tutto. Rimase immobile nel letto, con il rosario stretto tra le mani. Per un attimo sperai che dicesse qualcosa. Che gli chiedesse dove fosse stato durante le visite geriatriche, le notti con la febbre, le corse in farmacia quando mancavano gli anticoagulanti.

Invece guardò me.

«Non voglio andare in un posto così, Chiara.»

Era spaventata. Lo vedevo. E mi si spezzò qualcosa dentro, perché nonostante tutto era mia madre.

Enrico sospirò. «Mamma, non è un posto così. È una soluzione. Chiara è esausta.»

«Allora aiutala,» dissi.

Lui mi fissò, infastidito. «Non fare la martire. Nessuno ti ha obbligata.»

Quelle parole mi arrivarono addosso come uno schiaffo.

Mi avvicinai al tavolo e presi il quaderno dove annotavo tutto. Glielo sbattei davanti. C’erano date, orari, pressioni, medicine, appuntamenti. Cinque anni di vita scritti a penna blu.

«Leggi. Leggi quante volte sei venuto. Leggi quante notti ho dormito qui. Leggi quanto ho anticipato io per le visite private perché con le liste d’attesa non potevamo aspettare. Guarda quanto mi è costato il montascale. E poi dimmi che faccio la martire.»

Lui non lo aprì nemmeno.

Mamma iniziò a piangere. Piano, senza rumore.

«Basta, Chiara. Tuo fratello non c’entra. Lui ha la sua famiglia.»

Sentii Davide chiamarmi al telefono. Non risposi. Sentii il frigorifero ronzare, una macchina passare sotto casa, il respiro affannoso di mamma.

Poi dissi una cosa che non avevo mai avuto il coraggio di dire.

«Anch’io ho la mia famiglia, mamma. E da oggi non verrò più tutte le sere.»

Lei mi guardò come se l’avessi tradita.

Enrico prese le chiavi. «Ecco, vedi? Per questo serve la RSA.»

«No,» risposi, aprendo la porta. «Per questo serve un figlio che si comporti da figlio. Non uno che arriva quando c’è da decidere e sparisce quando c’è da fare.»

Quella sera tornai a casa. Martina mi abbracciò senza chiedere niente. Davide mi mise davanti un piatto di pasta riscaldata e restammo in silenzio. Era fredda ai bordi, ma per la prima volta da anni mangiai seduta al mio tavolo.

Il giorno dopo ho chiamato l’assistente sociale. Ho chiesto informazioni sulla badante, sui contributi, sulle alternative. E ho mandato a Enrico un messaggio semplice: o partecipa con tempo e denaro, nero su bianco, oppure deciderò io insieme ai servizi competenti.

Non mi ha ancora risposto.

Forse per troppo tempo ho confuso l’amore con il sacrificio totale. Ma amare qualcuno dovrebbe voler dire sparire da se stessi?

Voi cosa avreste fatto al mio posto: avreste continuato da soli o avreste finalmente messo un limite?