Ho detto alla mia migliore amica che non potevo più tenerle la figlia ogni weekend: mi ha chiamata egoista e non mi ha più parlato
«Mamma, ma Giada viene anche sabato?»
Mio figlio Tommaso era fermo sulla porta della sua cameretta, con il joystick stretto in mano e quella faccia che non gli vedevo da tempo. Non era rabbia. Era peggio: rassegnazione.
Io ero in cucina, con il telefono ancora acceso sul messaggio di Elena.
“Te la porto verso le dieci. Torno domenica dopo pranzo, vero? Ho proprio bisogno di staccare un po’.”
Non mi aveva chiesto niente. Lo aveva dato per deciso.
Guardai Tommaso, poi guardai il lavello pieno di bicchieri di plastica, i pennarelli senza tappo sul tavolo, una bambola lasciata in mezzo al corridoio. Giada era una bambina dolce, questo voglio dirlo. Aveva sette anni, due meno di Tommaso, e non era colpa sua se sua madre aveva trasformato casa mia in una specie di appoggio fisso.
«Non lo so, amore», gli risposi.
Tommaso abbassò gli occhi.
«Perché quando c’è lei non possiamo mai fare niente. Anche la nonna dice piano, perché Giada dorme. E poi devo darle sempre la mia PlayStation. È casa mia pure questa.»
Quelle parole mi sono entrate nello stomaco come un pugno.
Elena era stata la mia amica per quasi dodici anni. Ci eravamo conosciute fuori dall’asilo, quando Tommaso e Giada erano piccoli e noi due ci presentavamo con i capelli raccolti male, le occhiaie e il caffè freddo nel bicchiere termico. Lei era separata da poco da Andrea, io lavoravo part-time in un negozio di abbigliamento al centro commerciale. Ci capivamo al volo.
All’inizio era successo una volta soltanto.
«Sofia, ti prego, devo andare dal commercialista. Solo un paio d’ore. Mia madre è a Frosinone da mia zia e non so davvero a chi lasciarla.»
Avevo detto sì senza pensarci. Giada aveva giocato con Tommaso, io avevo preparato la pasta al pomodoro, Elena era tornata con una busta di paste e gli occhi lucidi dalla gratitudine.
«Mi hai salvata», mi aveva abbracciata sulla soglia. «Non me lo dimenticherò.»
E io ci avevo creduto.
Poi sono arrivate le altre richieste. La visita medica. Il turno extra al lavoro. La spesa grande. L’estetista, perché “ogni tanto devo sentirmi una persona anche io”. Una cena con un collega. Un sabato pomeriggio per dormire, perché Giada la notte tossiva e lei era distrutta.
Ogni richiesta, presa da sola, sembrava ragionevole. E io dicevo sempre sì.
Solo che quel “ogni tanto” era diventato due, tre volte a settimana. A volte Elena compariva con Giada già pronta, zainetto sulle spalle, e mi mandava un messaggio dal parcheggio: “Siamo sotto, sali un attimo?”
Una volta le dissi che avevo il turno del pomeriggio.
«Ma tuo marito Davide è a casa, no?» rispose lei, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Davide non disse niente davanti a lei, ma quella sera, mentre piegava il bucato sul divano, sbuffò.
«Sofia, io voglio bene a Giada. Però non possiamo organizzare le nostre giornate in base a Elena. Nemmeno Tommaso può farlo.»
Mi irritai, perché mi sentivo accusata.
«Lei è sola, Davide. Non ha nessuno che l’aiuta davvero.»
Lui mi guardò con calma, e forse fu proprio quello a farmi male.
«E noi? Noi chi abbiamo? Perché la sua stanchezza conta e la tua no?»
Non seppi cosa rispondere.
La situazione peggiorò durante le vacanze di Pasqua. Elena mi chiese di tenere Giada dal venerdì sera al lunedì mattina. Disse che doveva raggiungere una cugina a Napoli, che aveva bisogno di parlare, di cambiare aria. Poi, quasi ridendo, aggiunse: «Tanto per voi è come avere una figlia in più.»
Una figlia in più.
Detta così, con leggerezza. Ma una figlia in più significava spesa in più, lavatrici in più, litigi per il bagno, cartoni animati alle sette del mattino e nessun momento di silenzio. Significava che Tommaso aveva smesso di invitare il suo amico Riccardo, perché diceva che Giada si infilava sempre nei loro giochi e poi si metteva a piangere.
Quella domenica, mentre Elena era via, Tommaso si chiuse in camera. Lo trovai seduto per terra accanto al letto.
«Che succede?»
Mi guardò e si strofinò il naso con la manica del pigiama.
«Io non voglio essere cattivo con Giada. Però non voglio più averla sempre qui.»
Mi venne da piangere, ma mi trattenni. Perché aveva ragione lui. Ed ero stata io a non ascoltarlo.
Il venerdì successivo Elena mi scrisse di nuovo. Voleva lasciarmi Giada per il fine settimana. Stavolta non risposi subito. Camminai avanti e indietro in salotto per quasi venti minuti, con Davide che mi osservava in silenzio.
Alla fine digitai: “Elena, devo parlarti. Non riesco più a tenere Giada così spesso, soprattutto per interi weekend. Posso aiutarti in emergenza, se davvero non hai alternative, ma non posso essere la soluzione fissa.”
La sua risposta arrivò dopo pochi secondi.
“Ah, quindi adesso Giada è un problema.”
Sentii salire il calore in faccia. Le telefonai, perché certe cose non volevo scriverle.
«Non ho detto questo. Giada non è un problema. Il problema è che tu dai per scontato che io sia sempre disponibile.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio freddo.
«Io pensavo fossi mia amica.»
«Lo sono stata, Elena. E proprio perché ti voglio bene ti dico la verità. Sono stanca. Davide è stanco. Tommaso è stanco. Non è giusto nemmeno per lui.»
Lei rise, ma senza allegria.
«Certo. Tuo figlio viene prima di mia figlia. Complimenti, Sofia. Che generosità.»
«Non metterla così. Ogni madre mette suo figlio prima di tutto.»
«Io non avrei mai fatto una cosa del genere a te.»
Fu una frase assurda, perché lei non aveva mai avuto l’occasione di farla: Tommaso non era mai stato lasciato da lei per ore, figuriamoci un weekend. Ma non glielo dissi. Avevo capito che non stava ascoltando.
«Mi dispiace che tu la prenda male», dissi piano. «Ma questo limite devo metterlo.»
«Va bene. Ho capito chi sei.»
Chiuse la chiamata.
Da allora non mi ha più cercata. Nemmeno un messaggio per il compleanno di Tommaso, nemmeno a Natale. Ho saputo da una conoscente comune che dice in giro che l’ho abbandonata quando aveva bisogno. Fa male, non posso negarlo. Ci sono sere in cui apro la sua chat e mi viene voglia di scriverle che mi manca.
Poi penso a Tommaso, che quel sabato ha invitato Riccardo a casa e ha riso per tutto il pomeriggio. Penso a Davide che mi ha stretto la mano sotto il tavolo, senza dire nulla. E capisco che non ho abbandonato un’amica: ho smesso di abbandonare me stessa e la mia famiglia.
Forse Elena non cercava più un’amica. Cercava qualcuno che non dicesse mai di no.
E voi, al mio posto, avreste continuato per non perdere quell’amicizia? O un limite, anche se fa male, è l’unico modo per capire chi ci vuole davvero bene?