Al funerale di mio marito ho scoperto che aveva lasciato tutto a un’altra donna: poi ho visto il bambino sulla sedia a rotelle
«Signora Anna, prima di andare avanti devo leggerle una disposizione molto precisa di suo marito.»
Il notaio non alzava nemmeno gli occhi dal foglio. Fuori pioveva da tre giorni, una di quelle piogge grigie di novembre che sembrano non finire mai. Enrico era morto da appena undici giorni. Undici. E io ero ancora lì, con il suo maglione appeso dietro la porta e la sua tazza del caffè nel lavello, incapace perfino di spostarla.
«L’intero patrimonio disponibile, inclusi i risparmi depositati sul conto personale e l’immobile sito in via delle Robinie, viene lasciato alla signora Teresa Bianchi.»
Mi si è bloccato il respiro.
«A chi?» ho chiesto.
Il notaio ha finalmente guardato me. Aveva un’aria dispiaciuta, ma non abbastanza da rendere quella frase meno umiliante.
«Teresa Bianchi. C’è anche una lettera indirizzata a lei.»
Ho stretto la borsa sulle ginocchia. Via delle Robinie era la casa al mare. Quella che avevamo sistemato per anni, rinunciando alle vacanze, scegliendo piastrelle in offerta, facendo tutto un po’ alla volta. “Quando andremo in pensione ci vivremo sei mesi l’anno”, diceva Enrico.
E invece l’aveva lasciata a una donna di cui non avevo mai sentito il nome.
«Mi sta dicendo che mio marito aveva un’altra?» La mia voce tremava, ma ero furiosa. «Da quanto tempo?»
Il notaio ha scosso piano la testa. «Non posso rispondere a questa domanda. Posso soltanto chiarire che lei, come coniuge, conserva comunque i diritti previsti dalla legge. Ma il testamento è molto chiaro.»
Molto chiaro. Quella frase mi è rimasta in testa per giorni.
Enrico e io eravamo sposati da trentadue anni. Non eravamo una coppia perfetta, chi lo è? Lui era chiuso, testardo. Quando aveva un problema si metteva a sistemare qualcosa in garage invece di parlare. Io parlavo troppo, forse. Gli dicevo: «Enrico, almeno dimmi cosa ti passa per la testa.»
E lui rispondeva sempre: «Niente, Anna. Lascia stare.»
Avevamo avuto una figlia, Giulia, che viveva a Bologna con suo marito e due bambine. Una vita normale. Cene dalla domenica, bollette da pagare, discussioni sui soldi. Negli ultimi anni Enrico diceva che il suo lavoro da geometra rendeva meno, che alcuni clienti saldavano tardi. Io gli credevo. Avevamo stretto la cinghia, eccome se l’avevamo stretta.
Avevo rinunciato a rifare la cucina. Avevo rimandato il dentista. E lui, nel frattempo, mandava soldi a Teresa Bianchi.
L’ho scoperto controllando i suoi estratti conto. Bonifici ogni mese, sempre la stessa cifra o quasi. Seicento euro. A volte ottocento. Per nove anni.
Mi sentivo stupida. Tradita. Non riuscivo a mangiare senza provare nausea.
Giulia è venuta da Bologna appena gliel’ho detto. Era seduta sul divano di casa mia, con il cappotto ancora addosso.
«Mamma, magari c’è una spiegazione.»
«Quale spiegazione, Giulia? Una donna sconosciuta riceve soldi da tuo padre per nove anni e alla fine si prende pure la casa al mare. Che spiegazione vuoi trovare?»
Lei ha abbassato lo sguardo. «Papà non era uno da doppia vita.»
«No? E allora cos’era? Un santo che faceva beneficenza di nascosto usando i nostri risparmi?»
Appena l’ho detto, mi sono vergognata. Ma era quello che pensavo. Ero arrabbiata persino con il morto. È una rabbia sporca, quella. Non puoi urlargli contro, non puoi farti rispondere. Puoi solo continuare a immaginare tutte le bugie.
Ho trovato l’indirizzo di Teresa su una vecchia ricevuta. Stava a quaranta minuti da casa nostra, in un palazzo popolare alla periferia di Ferrara. Ci sono andata da sola, senza dire niente a Giulia.
Avevo preparato cento frasi. Volevo guardarla in faccia. Volevo chiederle se aveva mai riso di me, se Enrico le aveva raccontato che sua moglie era una sciocca che non capiva nulla.
Mi ha aperto una donna magra, sui cinquant’anni, con i capelli raccolti male e un grembiule macchiato di sugo. Non aveva niente della rivale che mi ero costruita in testa.
«Teresa Bianchi?»
«Sì.» Mi ha guardata per un secondo, poi è diventata pallida. «Lei è Anna.»
Quel “lei” mi ha fatto più male di uno schiaffo.
«Quindi sapevi chi ero.»
Teresa si è aggrappata allo stipite della porta. «Enrico è morto, vero?»
Non sapeva nemmeno della sua morte.
Da dentro è arrivato un rumore metallico, poi la voce di un ragazzo: «Mamma, chi è?»
Teresa si è voltata di scatto. «Nessuno, Matteo. Torno subito.»
Ma Matteo era già comparso nel corridoio, su una sedia a rotelle. Aveva forse venticinque anni, un viso pieno e gli occhi chiarissimi. Una gamba era immobile, l’altra tremava leggermente sotto una coperta.
«È un’amica di Enrico?» ha chiesto lui.
Mi sono sentita gelare.
Teresa ha chiuso gli occhi. «Sì, Matteo. È… sua moglie.»
Lui ha sorriso, un sorriso vero, senza malizia. «Ah. Allora grazie. Enrico diceva sempre che sua moglie faceva delle lasagne migliori di quelle della mensa dell’ospedale.»
Io non riuscivo a parlare.
Teresa mi ha fatta entrare. L’appartamento era piccolo, pulito, con l’odore di detersivo e pomodoro. Sul frigorifero c’erano calendari di visite, prescrizioni, fotografie di Matteo da bambino. In una foto c’era anche Enrico, più giovane, con una mano sulla spalla di un ragazzino magro attaccato a un deambulatore.
«Chi è Matteo per Enrico?» ho chiesto.
Teresa ha preso un bicchiere d’acqua, ma le mani le tremavano troppo. Lo ha rimesso giù.
«È suo figlio.»
Per un attimo ho pensato di aver capito male.
«No.»
«Sì.» Le lacrime le sono scese senza rumore. «È nato prima che voi vi sposaste. Io ed Enrico stavamo insieme da ragazzi. Quando rimasi incinta, lui aveva ventidue anni e io venti. Le nostre famiglie fecero un disastro. Mio padre non voleva neanche sentirne parlare. Enrico voleva riconoscerlo, ma poi Matteo è nato con una forma grave di paralisi cerebrale. Io… io ho avuto paura. Anche Enrico, forse. Ci siamo lasciati male.»
Mi sono aggrappata allo schienale della sedia.
«E dopo?»
«Dopo lui ha saputo che Matteo aveva bisogno di cure continue. Mi ha cercata. Non mi ha mai chiesto nulla. Ha cominciato a pagare la fisioterapia, alcuni farmaci, la macchina adattata. Diceva che non avrebbe lasciato suo figlio senza niente.»
«E sua moglie?» ho sibilato. «Io? Io dove stavo in questa storia?»
Teresa ha abbassato la testa. «Diceva che lei non sapeva. Diceva che aveva paura di perderla. E che ogni anno voleva dirglielo, ma rimandava. Non lo sto giustificando, Anna. Non può essere giustificato.»
Quella frase mi ha spiazzata. Non mi stava sfidando. Non voleva portarmi via niente. Aveva paura di me.
Poi Matteo ha detto, dal corridoio: «Mamma, Enrico viene domenica? Doveva portarmi a vedere la casa con il giardino.»
Teresa si è coperta la bocca con una mano.
La casa al mare non era un regalo d’amore. Era una casa senza scale, con un bagno già adattabile, un piccolo cortile dove Matteo poteva uscire. Enrico aveva organizzato tutto. Perfino un preventivo per una pedana, trovato tra le sue carte.
Sono tornata a casa che era buio. Ho aperto l’armadio di Enrico e ho trovato, nascosta in fondo a una scatola di scarpe, una busta con il mio nome.
Dentro c’era una lettera di cinque pagine. Mi chiedeva perdono. Diceva che mi aveva amata ogni giorno, che non aveva mai avuto un’altra relazione dopo di me. Diceva anche: “Ho confuso il proteggerti con il tenerti fuori dalla verità. È stata la vigliaccheria più grande della mia vita.”
Ho pianto fino al mattino. Per lui. Per me. Per quel figlio che non avevo mai saputo esistesse. E anche per Teresa, che per nove anni aveva ricevuto soldi da mio marito portandosi addosso una vergogna che non era solo sua.
Non ho ancora deciso cosa farò fino in fondo. Legalmente potrei contestare molte cose, e Giulia dice che dovrei pensare anche a me stessa. Ha ragione. Però ieri ho chiamato Teresa.
Le ho detto: «La casa va sistemata come aveva previsto Enrico. Ma questa volta non voglio più segreti. Né da te, né da nessuno.»
Dall’altra parte è rimasta in silenzio. Poi ha sussurrato: «Grazie.»
Non so se ho perdonato Enrico. Forse perdonare non significa dire che quello che ha fatto andava bene.
Forse significa smettere di lasciare che la sua paura distrugga anche quello che resta di noi. Voi al mio posto sareste riusciti a fare spazio a questa verità?