Lavoravo tutto il giorno e lui pretendeva tre pasti caldi fatti da me: il giorno in cui ho smesso, il mio matrimonio è esploso
“La minestra è questa?”
Alessio era in piedi davanti al tavolo, ancora con la giacca addosso, e guardava la busta dell’insalata pronta come se gli avessi servito un insulto. Io avevo il portatile aperto sul bancone, una mail urgente da chiudere, e Camilla mi strattonava la felpa perché non trovava il quaderno di matematica.
Erano le otto e venti di sera. Io ero in piedi dalle sei.
“Ho fatto tardi in ufficio, Alessio. C’è il pollo del girarrosto, l’insalata, il pane caldo. Mangiamo e basta, per favore.”
Lui ha riso, ma di quella risata fredda che non promette niente di buono.
“Mangiamo e basta? Io lavoro tutto il giorno e devo pure mangiare roba comprata?”
Mi si è gelato lo stomaco. Perché io cosa facevo, giocavo?
Lavoravo a tempo pieno in uno studio amministrativo a Bologna. Otto ore sulla carta, quasi sempre dieci nella vita vera. Telefonate, scadenze, clienti nervosi, il traffico della tangenziale, la corsa all’uscita per prendere Camilla al doposcuola. Poi casa, spesa, lavatrici, zaini, bollette, cena. Colazione preparata la sera prima. Pranzo organizzato all’alba. E lui pretendeva anche il piatto caldo fresco tre volte al giorno.
Non era una fissazione nata da poco. All’inizio del matrimonio diceva che era “abitudine di famiglia”. Sua madre aveva sempre cucinato tutto in casa. Ragù il sabato, brodo la domenica, sugo fresco perfino ad agosto con quaranta gradi. Io cercavo di adeguarmi. Mi sembrava normale venirsi incontro.
Poi però quel venirsi incontro è diventato una strada a senso unico.
La mattina mi alzavo prima di tutti per preparargli il pranzo da portare al lavoro. Non un panino, no. Pasta in contenitore di vetro, secondo, contorno. Se una volta mettevo una piadina o un’insalata di riso, tornava a casa con la faccia scura.
“In cantiere con questa roba mi prendono in giro.”
La sera voleva il primo. Sempre. “Almeno una pasta veloce”, diceva. Come se l’acqua bollisse per affetto.
A volte cucinavo con il tailleur ancora addosso e il mascara colato. Camilla faceva i compiti in cucina per starmi vicino. Una sera mi ha detto una frase che mi ha bucato il petto.
“Mamma, ma tu vivi qui o lavori solo qui?”
Ho sorriso per non piangere. Ma quella notte non ho dormito.
Il punto di rottura è arrivato un giovedì. Avevo chiuso un mese infernale in ufficio. Mi facevano male le spalle, avevo mal di testa da due giorni. Sono entrata in casa con una teglia di lasagne prese in gastronomia. Buone, fatte da una signora del quartiere. Non surgelate, non plastica, non veleno. Lasagne.
Alessio ha guardato l’etichetta e ha sbattuto la forchetta sul tavolo.
“Quindi adesso deleghiamo pure da mangiare?”
“Adesso sopravviviamo”, gli ho risposto.
“No, Serena. Adesso tu ti stai impigrendo. Prima non eri così.”
Camilla ha abbassato gli occhi. Io invece l’ho guardato dritto, e in quel momento ho capito una cosa tremenda: per lui io non ero stanca. Ero difettosa.
“Prima ero più zitta”, ho detto piano.
Silenzio.
Lui si è alzato, ha preso il piatto e l’ha spinto via. Non l’ha lanciato, no. Peggio. Quel gesto controllato, quasi pulito, mi ha fatto più male.
“Sei una moglie, Serena. Non una coinquilina.”
Mi tremavano le mani. Ma la voce, stranamente, no.
“E tu sei un marito o un cliente?”
Quella notte abbiamo dormito girati da lati opposti. O meglio, lui ha dormito. Io ho fissato il soffitto fino alle tre, con Camilla che respirava piano nella stanza accanto. Mi sono rivista negli ultimi anni come in una specie di film brutto: io che correvo, tagliavo, pulivo, preparavo, anticipavo, e lui che chiamava tutto questo normalità.
Il giorno dopo ho smesso.
Non per rabbia. Per fame d’aria.
Ho fatto colazione per me e per Camilla. Pane, marmellata, caffè, senza sensi di colpa. Ho lasciato ad Alessio il frigorifero pieno e un biglietto: “Se hai fame, il cibo c’è. Se vuoi una cuoca, non sono io.”
Pensavo mi avrebbe chiamata subito. Invece niente fino a sera. Quando sono rientrata, l’ho trovato in cucina, furioso, con il sugo bruciato nel pentolino e il lavello pieno.
“Hai fatto una sceneggiata.”
“No. Una scelta.”
Per settimane in casa c’è stata una tensione che si tagliava col coltello. Lui mangiava da sua madre tre sere su sette e non perdeva occasione per farmelo sapere.
“Mamma almeno ci tiene alla famiglia.”
Quella frase mi ha fatto quasi cedere. Quasi. Poi una domenica Camilla ha chiesto se potevamo andare al parco in bicicletta. Alessio ha detto: “Prima si cucina per lunedì”.
Lei ha risposto senza alzare la voce.
“Papà, la mamma non è il ristorante.”
Lui è rimasto zitto. Io pure. Ma dentro mi si è mosso qualcosa di enorme.
Da quando ho smesso di cucinare tre volte al giorno, ho ripreso un pezzetto di me. Porto Camilla in biblioteca il mercoledì. La sera, a volte, ordiniamo una pizza e guardiamo un film sul divano. Ho ricominciato persino a leggere prima di dormire. Una cosa sciocca, forse. Per me no.
Il matrimonio però si è incrinato davvero. Alessio dice che sono cambiata. Io penso che ho solo smesso di fingere che andasse bene. Adesso stiamo facendo terapia di coppia, tra mille resistenze e silenzi pesanti. Non so come andrà. So solo che non posso tornare quella di prima.
Davvero amare qualcuno significa servirlo fino a sparire?
E voi, al posto mio, avreste resistito ancora o avreste smesso molto prima?