“Mia madre sta male, come fai a non capirlo?”: il giorno in cui ho smesso di sentirmi moglie a casa mia

«Non ti azzardare a parlare così a mia madre.»

La voce di Andrea rimbombò nella cucina piccola, ancora piena dell’odore di soffritto e candeggina. Avevo le mani bagnate, il grembiule macchiato di sugo e il lavello pieno di piatti che non erano solo nostri.

Davanti a me, seduta al tavolo con una mano sul petto, c’era sua madre, la signora Teresa. Aveva gli occhi lucidi. O almeno, sembravano lucidi.

«Io non ho parlato male di nessuno», dissi piano. Mi tremava la mandibola. «Ho solo detto che non posso fare tutto da sola.»

Teresa sospirò, inclinando la testa come faceva sempre quando voleva sembrare ferita. «Lascia stare, Andrea. Tua moglie ha ragione. Sono un peso. Me ne torno a casa mia, anche se non so nemmeno se arrivo alle scale.»

Andrea si precipitò da lei. «Mamma, non dire sciocchezze. Chiara è nervosa, non sa quello che dice.»

Quella frase mi fece più male di un insulto. Non sa quello che dice.

Erano quasi tre anni che Teresa viveva con noi. All’inizio doveva essere una cosa provvisoria. Dopo la morte di suo marito, aveva detto che non riusciva a dormire da sola nel suo appartamento a San Donato. Andrea aveva insistito.

«Solo qualche mese, Chiara. Finché non si riprende.»

Io avevo detto sì. Lo rifarei? Non lo so. Forse sì, perché allora provavo compassione. Avevo perso mia madre da ragazza e sapevo cosa significa avere paura del silenzio di una casa vuota.

Ma dopo quei “qualche mese” arrivarono il mal di schiena, le vertigini, la pressione, il reflusso, le crisi d’ansia, il ginocchio, il cuore che “faceva brutti scherzi”. Ogni volta che c’era da sparecchiare, da preparare la cena o anche solo da mettere una lavatrice, Teresa stava male.

Però per andare dal parrucchiere il giovedì mattina non stava mai male.

Per giocare a carte al circolo parrocchiale, il sabato pomeriggio, aveva un’energia che io me la sognavo.

E per raccontare alle vicine che io la trattavo come una serva, be’, lì la voce le usciva forte e chiarissima.

Io lavoravo in un negozio di abbigliamento in centro. Otto ore in piedi, clienti nervosi, saldi, camerini da sistemare, sorrisi finti. Tornavo a casa alle sette e trovavo Teresa sul divano, con la coperta sulle gambe anche ad agosto, davanti alla televisione.

«Chiara, meno male che sei arrivata. Ho un vuoto allo stomaco.»

Traduzione: prepara la cena.

«Chiara, oggi mi girava la testa e non ho potuto fare nulla.»

Traduzione: pulisci, lava, stendi, ritira, sistema.

Andrea tornava più tardi di me. Faceva il geometra, spesso era fuori per sopralluoghi. Quando entrava, trovava la tavola apparecchiata, sua madre già in pigiama e me con gli occhi bassi.

«Vedi? Mamma ha bisogno di noi», diceva, accarezzandole una spalla.

Di noi. Ma a fare tutto ero io.

All’inizio provavo a parlargliene la sera, a letto. Gli dicevo: «Andrea, non ce la faccio più. Tua madre non è incapace, sceglie quando esserlo.»

Lui si irrigidiva subito.

«Ma come puoi dire una cosa del genere? Ha settantadue anni, Chiara.»

«Non sto dicendo che deve spaccare la legna. Dico che potrebbe almeno portare il suo piatto nel lavello.»

«Sei sempre esagerata.»

Sempre. Quella parola diventò una condanna. Se piangevo, ero esagerata. Se alzavo la voce, ero stressata. Se chiedevo rispetto, ero egoista.

La cosa peggiore successe a Natale scorso. Avevamo dodici persone a pranzo: sua sorella Paola con marito e figli, due cugini, una zia. Io avevo passato il 24 dicembre a fare lasagne, arrosto, patate e dolci. Teresa, ovviamente, aveva avuto una “notte terribile” per via della gastrite.

La mattina di Natale, mentre io correvo da una stanza all’altra, lei mi chiamò dalla camera.

«Chiara… mi fai un tè leggero? Ma non troppo caldo. E portami anche due fette biscottate, quelle senza zucchero.»

Entrai con il vassoio e la trovai al telefono con Paola. Rideva.

Appena mi vide, cambiò faccia.

«Eh, figlia mia, non sto bene per niente. Meno male che Chiara mi dà una mano, quando può.»

Quando può.

Quella sera, dopo che tutti se ne furono andati, Paola mi prese da parte vicino al portone. Si infilò il cappotto e mi disse sottovoce: «Cerca di avere pazienza con mamma. Da quando è rimasta vedova è fragile. Andrea ci soffre molto.»

Mi venne da ridere, ma non era una risata bella. Era quella che arriva quando capisci che la tua versione non interessa a nessuno.

Poi ci fu la bolletta del gas. Quattrocentottantasei euro.

Teresa teneva il riscaldamento alto tutto il giorno, con le finestre socchiuse “per cambiare aria”. Quando le feci notare la cifra, si mise una mano alla fronte.

«Ah, quindi adesso devo morire di freddo perché ti dà fastidio pagare?»

«Non ho detto questo.»

«Andrea, hai sentito? Io qui devo chiedere persino di respirare.»

Andrea non mi guardò nemmeno. Prese la bolletta, la pagò con i risparmi che stavamo mettendo da parte per cambiare macchina e disse: «Non facciamone un dramma.»

Ma il dramma era che non avevamo più nulla di nostro. Né soldi, né spazi, né silenzi. Nemmeno il bagno, perché Teresa bussava alla porta se stavo dentro più di dieci minuti.

«Tutto bene? Ti sei sentita male?»

No, Teresa. Volevo solo lavarmi i capelli senza sentirmi controllata.

La sera della litigata in cucina, quella del bicchiere caduto, avevo appena scoperto che lei aveva telefonato a mia cognata raccontandole che io non le davo da mangiare a sufficienza. Paola, preoccupata, era passata nel pomeriggio con una busta piena di yogurt, biscotti e tisane.

Teresa aveva fatto la parte della povera donna umiliata. E Andrea ci aveva creduto senza nemmeno chiedermi nulla.

Quando lui mi disse che non sapevo quello che dicevo, sentii qualcosa spegnersi.

Non urlai. Non lanciai piatti. Mi tolsi il grembiule, lo piegai sul tavolo e andai in camera.

Aprii l’armadio e tirai fuori una valigia piccola.

Andrea mi seguì dopo qualche minuto. «Che fai?»

«Vado da mia sorella, a Bologna. Per qualche giorno.»

«Stai davvero distruggendo il nostro matrimonio per mia madre?»

Lo guardai. Aveva il viso stanco, confuso. Per un attimo ho rivisto l’uomo che avevo sposato, quello che mi portava i cornetti la domenica mattina e mi faceva ridere quando avevo paura di tutto.

«No, Andrea», gli dissi. «Il nostro matrimonio lo stiamo distruggendo perché tu non mi vedi più. Vedi solo tua madre attraverso di me.»

Lui rimase zitto.

Dalla cucina arrivò la voce di Teresa: «Andrea, mi sento mancare…»

Lui fece un passo verso la porta. Solo uno.

Ma fu abbastanza.

Sono da mia sorella da undici giorni. Andrea mi manda messaggi: dice che gli manco, che la situazione gli è sfuggita di mano, che forse dovremmo cercare una soluzione. Ma poi aggiunge sempre: «Però mamma non può restare sola.»

E io penso: io, invece, posso?

Forse amare qualcuno non dovrebbe significare sparire piano piano per lasciare spazio ai suoi sensi di colpa. Voi cosa fareste al mio posto: tornereste ponendo condizioni chiare, o scegliereste finalmente voi stessi?