Mio figlio mi ha aperto la porta a Milano senza abbracciarmi: quella sera ho capito quanto eravamo diventati estranei
«Mamma, ma perché sei venuta senza dirmelo prima?»
Mio figlio era fermo sulla porta, con una mano ancora sulla maniglia e l’altra nei capelli spettinati. Dietro di lui, un monolocale ordinato e freddo, al settimo piano di un palazzo vicino alla stazione di Lambrate. Avevo viaggiato tre ore e mezza da Vigevano con la borsa che mi tagliava il braccio e una torta di mele avvolta nella carta stagnola.
Lo guardai e, per un secondo, rividi il bambino che correva in cortile con le ginocchia sbucciate. Poi lui abbassò lo sguardo sul mio cappotto vecchio e tornò a essere un uomo di trentasette anni che non sapeva dove mettere sua madre.
«Ti ho chiamato ieri sera, Andrea. Non rispondevi.»
«Ero al lavoro.»
«Era domenica.»
Fece quel sorriso nervoso che conosco bene. Quello che faceva anche suo padre quando voleva chiudere un discorso prima ancora che iniziasse.
«Sono andato avanti con una consegna. Entra, dai. Non restare lì sul pianerottolo.»
Entrai. Non mi abbracciò.
Mi sembrò una sciocchezza, detta così. Eppure mi si fermò qualcosa in gola. Avevo preparato quella torta alle sei del mattino. Avevo scelto la camicetta blu, quella che mi mettevo quando ero ancora sposata e si usciva a pranzo con i parenti. Mi ero perfino passata un po’ di rossetto, anche se ormai non lo faccio quasi mai.
Dopo la morte di mio marito, quattro anni prima, la domenica era diventata la giornata più lunga della settimana. Nella mia casa tutto faceva rumore: il frigorifero, l’orologio in cucina, le tapparelle quando tirava vento. Anche il silenzio faceva rumore.
Andrea mise la torta sul tavolo senza aprirla.
«Potevi avvisarmi. Avevo dei programmi.»
«Quali programmi?» chiesi, troppo in fretta.
Lui alzò gli occhi. «Mamma, ecco. È questo che intendo.»
Sentii salirmi il caldo sulle guance. «Cosa intendi?»
«Che ogni volta mi fai sentire in colpa. Se non rispondo, è perché ti sto evitando. Se lavoro, lavoro troppo. Se non torno a Vigevano, non mi importa più della famiglia.»
«Io non ho detto questo.»
«Non lo dici. Però lo fai capire.»
Rimasi in piedi accanto al tavolo, con la borsa ancora sulla spalla. Avevo voglia di dirgli che non capiva niente. Che da quando suo padre era morto, lui aveva iniziato a venire sempre meno. Prima una volta al mese, poi a Natale, poi con la scusa dei turni, delle riunioni, del traffico. L’ultima volta era stato a marzo, e aveva guardato continuamente il telefono mentre io gli servivo l’arista.
Ma non dissi niente. Forse perché una parte di me sapeva che aveva ragione.
«Mi fai almeno un caffè?» domandai piano.
Lui sospirò. «Certo.»
La sua cucina era piccola. C’erano due tazze nel lavello, una bottiglia d’acqua vuota sul pavimento e una pianta mezza secca vicino alla finestra. Mi colpì quella pianta. Andrea da ragazzo non riusciva a tenere in vita nemmeno un basilico sul balcone, e io lo prendevo in giro. Mi venne da sorridere, ma lui mi dava le spalle.
«Come va il lavoro?» chiesi.
«Come deve andare.»
«Sei contento?»
Si girò con la moka in mano. «Non è che uno viene a Milano per essere contento. Ci viene perché deve lavorare.»
Avrei voluto ribattere che era stato lui a voler partire. Che nessuno lo aveva cacciato. Invece mi trattenni. Negli anni avevo imparato male a parlare con mio figlio: o lo riempivo di domande o stavo zitta per orgoglio. Non ero mai riuscita a trovare la via di mezzo.
Bevemmo il caffè seduti al tavolo. Fu lui ad aprire la torta. Ne tagliò una fetta piccola, quasi per educazione.
«È buona,» disse dopo il primo boccone.
Quella frase mi fece più effetto di quanto avrebbe dovuto.
Verso sera iniziai a sistemare le cose nella borsa. Avevo pensato di dormire da lui, ma il divano era pieno di scatoloni e non me la sentivo di chiedere. Cercai sul telefono una pensione vicino alla stazione. Le mani mi tremavano un po’, non ci vedevo bene senza gli occhiali.
Andrea mi osservò.
«Dove vai?»
«Prendo una camera. Domani mattina torno.»
«Ma no, resta qui. Sistemo il divano.»
«Non voglio disturbare.»
Lui lasciò cadere le chiavi sul tavolo. Il rumore fu secco.
«Lo vedi? Anche questo. Arrivi senza avvisare, poi dici che non vuoi disturbare. Non capisco mai cosa vuoi da me.»
Quella volta mi scappò.
«Voglio mio figlio, Andrea. Ecco cosa voglio.»
Lui rimase immobile. Io sentii gli occhi bruciare, ma continuai, perché ormai non riuscivo più a fermarmi.
«Non ti chiamo per controllarti. Ti chiamo perché a volte passo una giornata intera senza sentire una voce. Perché tuo padre non c’è più e io… io non sono brava a stare da sola. Tutto qui.»
Mi aspettavo che si arrabbiasse. Invece si sedette lentamente. Si coprì la faccia con le mani.
«Lo so che sei sola,» disse. «Ma anche io lo sono, mamma.»
Non lo avevo mai sentito parlare così.
«Qui tutti corrono. In ufficio sono quello nuovo anche dopo due anni. Torno la sera e non ho voglia di vedere nessuno. E quando ti chiamo, ho paura che tu mi dica che papà avrebbe fatto diversamente, che una volta ero più presente, che devo tornare.»
«Io parlo di tuo padre perché mi manca.»
«Lo so. Ma a me sembra che mi metti sempre davanti a lui. Come se io dovessi riempire il posto che ha lasciato.»
Mi si spezzò il respiro. Non avevo mai pensato di avergli fatto questo. O forse sì, ma non avevo voluto guardarlo in faccia.
Mi avvicinai e gli misi una mano sulla spalla. Andrea non si scostò. Era la prima volta che lo toccavo davvero da mesi.
«Non devi sostituire nessuno,» gli dissi. «Sei mio figlio. Mi basta quello. Solo che a volte sbaglio il modo.»
Lui annuì, senza guardarmi.
Dormii sul divano, tra due scatoloni e una coperta troppo corta. Non dormii quasi niente, a dire il vero. Ma nel cuore avevo una calma strana. Prima di andare a letto, Andrea aveva detto: «Ti chiamo mercoledì. Non per forza tanto, però ti chiamo.»
«Va bene,» avevo risposto. «E io non ti faccio l’interrogatorio.»
Lui aveva sorriso appena. «Vediamo se ci riesci.»
La mattina dopo mi accompagnò alla metro. Milano era già sveglia, grigia e rumorosa. Davanti ai tornelli mi prese la borsa, la sollevò come se pesasse niente e me la rimise sulla spalla.
Poi mi abbracciò.
Fu un abbraccio breve, impacciato. Ma c’era.
Sul treno verso Vigevano guardavo i palazzi allontanarsi e tenevo il telefono stretto in mano. Avevamo promesso di sentirci di più. Era un inizio, forse. O soltanto una tregua nata dalla paura di perderci del tutto?
Io so solo che non voglio più aspettare una festa o un lutto per dire a mio figlio che mi manca.
Secondo voi, dopo anni di silenzi, basta una promessa per ricominciare davvero?