Mio padre urlava per tutto, poi una sera il nostro cane è sparito e ci siamo ritrovati a cercarlo nel quartiere come estranei

«Possibile che in questa casa devo urlare per farmi sentire?»

La voce di mio padre rimbombò dalla cucina fino al corridoio. Io ero fermo davanti alla porta della mia camera, con una scarpa in mano e il cuore già stretto come ogni sera. Mia madre, Lucia, non disse niente. Abbassò solo gli occhi sul lavello pieno di piatti. Mia sorella Marta spense il telefono di colpo. E io, come un vigliacco, rimasi zitto.

Era diventata la nostra normalità. Mio padre, Salvatore, tornava dal magazzino con la faccia dura, le spalle contratte, l’odore di fumo e sudore addosso. Bastava una cosa minima. Una bolletta sul tavolo. Il pane finito. Il cane che abbaiava. E partiva.

«Qui nessuno capisce un cazzo di quanto mi spacco la schiena.»

Questa la diceva spesso. A volte aveva ragione, pure. Il lavoro gli stava mangiando il cervello. Turni massacranti, straordinari non pagati, il capo che lo umiliava davanti agli altri. Però in casa entrava arrabbiato con il mondo e quel mondo diventavamo noi.

Con me era peggio. Forse perché ero il figlio maschio, forse perché gli somigliavo. O forse perché non gli somigliavo abbastanza.

«Hai vent’anni e ancora non sai che vuoi fare.»

«Sto cercando, papà.»

«Cercando cosa? Le scuse le sai cercare bene.»

Ogni conversazione finiva così, con lui che alzava la voce e io che mi sentivo piccolo, scemo, fuori posto. Mia madre provava a mettere pace, ma lo faceva con quella stanchezza di chi non crede più nemmeno nelle proprie parole.

Poi sparì Milo.

Milo era con noi da otto anni. Un meticcio color miele, orecchie dritte e occhi furbi. Dormiva vicino al termosifone d’inverno e sotto il tavolo in estate. Era l’unico che riusciva ad avvicinarsi a mio padre senza paura. Gli poggiava il muso sul ginocchio e lui, magari mentre brontolava, gli grattava la testa senza neanche accorgersene.

Quella sera il cancello del cortile era rimasto mezzo aperto. Ancora oggi non so da chi. Forse da me. Forse da Marta. Forse da mio padre quando era rientrato parlando al telefono e bestemmiando per una consegna saltata.

Fatto sta che a un certo punto mia madre disse: «Ma Milo dov’è?»

Ci fu un silenzio strano. Di quelli brutti.

Lo chiamammo in giardino, nel garage, dietro le macchine. Niente. Io corsi fuori in strada con il guinzaglio in mano, come se potesse servire a qualcosa. Marta aveva già gli occhi lucidi.

«Sei stato tu a lasciare aperto!» gridò a mio padre.

Lui si girò di scatto. «Come ti permetti?»

«Tanto è sempre colpa di qualcun altro, vero?»

Pensai che stessero per esplodere di nuovo, invece mia madre urlò più forte di tutti. Non l’avevo mai sentita così.

«Basta! Milo non è un pretesto per farvi la guerra. Uscite e cercatelo. Tutti.»

Così uscimmo.

Il quartiere di sera aveva le serrande abbassate, l’odore di pizza del bar all’angolo e le luci fredde dei balconi. Io e mio padre camminavamo sullo stesso marciapiede, ma sembravamo due sconosciuti. Ogni tanto lui fischiava forte. Io chiamavo piano, con la gola secca.

«Milo! Milo, vieni qua…»

Passammo davanti al parchetto, al tabaccaio, ai cassonetti dietro il supermercato. Chiedemmo a una signora col grembiule, a due ragazzi sul motorino, al portiere del palazzo accanto. Nessuno l’aveva visto.

Dopo quasi un’ora, Marta scoppiò a piangere in mezzo alla piazzetta.

«Se gli succede qualcosa è colpa nostra.»

Mia madre l’abbracciò. Mio padre si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi. Sembrava improvvisamente vecchio. Più vecchio di quanto avessi mai voluto vedere.

Poi disse una frase che mi inchiodò.

«Colpa mia. Sempre mia.»

Nessuno parlò. Lui guardava l’asfalto.

«Io entro in casa e rovino tutto. Lo so.» disse piano. «Cerco di stare zitto, ma poi scatto. Al lavoro mi trattano come una pezza da piedi e torno qui… e faccio pagare a voi.»

Mia madre non si mosse. Lo fissò come se aspettasse quelle parole da anni.

Io sentii salire una rabbia vecchia, sporca.

«Non basta dirlo adesso.»

Lui annuì. «Hai ragione.»

Quella risposta mi spiazzò più di uno schiaffo. Perché io ero pronto a difendermi, non ad ascoltare un uomo che finalmente si rompeva.

«Quando mi parli,» continuai, «sembra che qualunque cosa faccia sia sbagliata.»

Lui si passò una mano sulla bocca. «Perché parlo come parlavano a me.»

Una frase semplice. E dentro c’era tutto mio nonno, la fabbrica, i piatti lanciati, la miseria che avevano conosciuto. Non era una giustificazione. Ma era la prima volta che vedevo da dove arrivava quel veleno.

Lo trovò Marta, alla fine. Era rannicchiato sotto una macchina parcheggiata vicino alla farmacia, tremava tutto. Quando lo chiamò, Milo uscì piano, sporco e spaventato. Lei si inginocchiò sull’asfalto senza curarsi dei jeans bagnati e lo strinse forte.

Mia madre si mise a piangere davvero. Io pure, anche se cercai di nasconderlo. Mio padre si abbassò, accarezzò Milo sulla schiena e poi guardò me.

«Scusami,» disse.

Detta così, in mezzo alla strada, con la voce rotta. Senza orgoglio. Senza teatro.

Io non lo abbracciai subito. Sarebbe falso dirlo. Feci un passo verso di lui, quello sì. E dissi: «Anch’io ti parlo solo quando sto per esplodere.»

Non risolvemmo tutto quella sera. Magari. Tornati a casa, il silenzio c’era ancora, ma era diverso. Meno duro. Più umano. Nei giorni dopo mio padre ebbe altre ricadute, certo. Una mattina sbatté di nuovo una tazza nel lavello. Marta smise di parlargli per ore. Io uscii di casa per non litigare. Però qualcosa si era rotto nel muro.

Ogni tanto adesso lui bussa alla mia porta. Non entra subito. Bussa e aspetta. Sembra poco, ma per noi è tantissimo.

Milo dorme ancora vicino al termosifone. E quando mio padre rientra nervoso, lui gli si avvicina piano, come a ricordargli chi vuole essere.

Mi chiedo quante famiglie vivano così, facendo finta di niente finché non sparisce qualcosa di importante. Davvero bisogna perdere quasi tutto per trovare il coraggio di chiedersi scusa?