“Mia madre mi ha detto che da quando sono nata la sua vita è peggiorata”: ora non so se aspettare le sue scuse o provare ad andare avanti da sola
“Sei sempre stata un peso, da quando sei arrivata non ho più avuto una vita mia.”
Mia madre me l’ha detto in cucina, davanti al lavello pieno di piatti, mentre io stavo cercando di capire come organizzare i turni per mio padre dopo l’ennesima visita in ospedale. Mio fratello era appena uscito sbattendo la porta, io avevo il telefono in mano con i messaggi della fisioterapista, e lei a un certo punto mi ha guardata e l’ha detto così. Senza urlare. Quasi peggio.
Io le ho risposto: “Allora dimmelo chiaro, che per te il problema sono sempre io.”
E lei: “Non girare tutto come fai sempre. Ho detto un’altra cosa.”
Però io quella frase non me la sono inventata. E il punto è che non è neanche la prima volta.
Ho 42 anni, vivo a mezz’ora da loro, in provincia, sposata, una figlia adolescente, un part-time in un CAF che mi tiene occupata soprattutto nei periodi delle dichiarazioni e dell’ISEE. Non sono una che si lamenta per sport. Anzi, secondo mio marito ingoio troppo e poi scoppio male.
Negli ultimi mesi mio padre ha avuto problemi seri di salute. Niente di “da film”, ma le cose vere che sfiniscono: ricovero, dimissioni, farmaci da ritirare in farmacia, visite tramite CUP, pannoloni da comprare perché quelli dell’ASL non bastano mai, notti in cui lui chiama e mia madre da sola non ce la fa. Mio fratello aiuta, ma lavora su turni in magazzino e spesso sparisce quando c’è da decidere. Io ci sono stata tanto, forse troppo, e a casa mia l’hanno sentito tutti.
Mia figlia un giorno mi ha detto: “Mamma, ma tu quando sei qui non ci sei mai davvero.”
Aveva ragione. Io ero sempre con la testa da un’altra parte. E infatti qualche errore l’ho fatto. Ho preso in mano cose senza chiedere, ho parlato con il medico di base al posto di mia madre come se sapessi io cosa fosse meglio, ho deciso perfino di cambiare una badante per qualche ora senza aspettare che lei fosse convinta. Mi sembrava di aiutare, ma probabilmente la stavo facendo sentire inutile dentro casa sua.
Quella discussione è partita da lì. Io le ho detto che non poteva lamentarsi di essere stanca e poi rifiutare ogni soluzione. Lei mi ha detto che da quando metto piede lì tratto tutti come incapaci. Io ho ribattuto che se non lo faccio io non si muove niente.
E lei mi ha lanciato addosso quella frase.
La cosa brutta è che mi ha colpita così tanto perché tocca un punto già aperto. Da ragazzina avevo sentito più di una volta frasi tipo “se non fossi rimasta incinta così presto magari avrei lavorato”, oppure “con due figli vicini non ho avuto respiro”. Non dette sempre con cattiveria, a volte pure in mezzo ad altre donne, al mercato o ai pranzi di famiglia, quasi come uno sfogo normale. Però io le assorbivo tutte.
Mio padre su queste cose stava zitto. Se provavo a dirgli: “Ma senti cosa dice?”, lui rispondeva: “Tua madre ha avuto una vita pesante, lasciala perdere.”
E io l’ho lasciata perdere per anni. Ho studiato vicino casa invece di andare fuori, anche se volevo farlo. Quando mi sono sposata ho scelto un appartamento non lontano da loro “per comodità”. Quando è nata mia figlia, mia madre mi aiutava, sì, ma ogni tanto se ne usciva con frasi tipo: “Io con te non avevo nessuno eppure non facevo tutte queste storie.” Quindi io mi sentivo contemporaneamente aiutata e giudicata.
Mio marito me lo dice da tempo: “Tu con tua madre torni sempre bambina e cerchi di farti dire brava.” Io mi arrabbio quando me lo dice, però forse è vero. Quando lei approva qualcosa che faccio, io sto bene per due giorni. Quando mi critica, mi crolla tutto più del dovuto. A 42 anni, assurdo ma è così.
Dopo quella litigata non ci siamo sentite per quattro giorni. Poi ha chiamato mio fratello dicendo che ero esagerata, che nostra madre non intendeva quello, che in questo periodo è nervosa. Io gli ho chiesto: “Ma tu l’hai mai sentita dire certe cose?” E lui ha fatto una pausa e poi: “Sì, ma con me era diverso.”
Diverso come? Perché lui era il maschio? Perché io le somiglio? Perché con me si sentiva più libera di scaricare addosso il peso delle sue rinunce? Non lo so. E sinceramente non so neanche se lei si rende conto davvero di quello che fa.
Due settimane dopo sono tornata da loro perché mio padre doveva fare una visita di controllo. In macchina, al ritorno, mia madre mi ha chiesto se potevo fermarmi a fare la spesa all’Eurospin. Come se niente fosse. Io guidavo e a un certo punto le ho detto: “Ma tu ti ricordi cosa mi hai detto?”
Lei ha guardato fuori dal finestrino e ha risposto: “Ho detto che la mia vita non è stata facile. Tu prendi sempre tutto sul personale.”
Io: “Come dovrei prenderla una frase così?”
Lei: “Anche io da figlia ne ho sentite. Non stiamo sempre a rivangare.”
Questa cosa mi ha fatto ancora più male, ma allo stesso tempo mi ha fatto intravedere qualcosa. Forse per lei quello è un modo normale di parlare, uno sfogo che non considera una ferita vera. Non la giustifico, però forse non c’è mai stata quella intenzione lucida di farmi male che io immagino da anni. Magari mi ha fatto male lo stesso, ma non nello stesso modo in cui io l’ho vissuto.
Il problema è che intanto io quel danno me lo porto addosso. Quando qualcosa va storto, il mio pensiero automatico è sempre: “Ho sbagliato io, sono di troppo, creo problemi.” E nelle ultime settimane, con mio padre fragile, mia madre stanca, mio marito insofferente e mia figlia che mi evita, questa sensazione è tornata fortissima.
Sabato scorso ho discusso anche con mio marito. Mi ha detto: “Tu non puoi salvare tua madre e nello stesso tempo continuare a chiedere a lei di salvare la bambina che eri.” Detta male, ma forse non sbagliata.
Adesso la situazione pratica va avanti lo stesso: visite, farmaci, pranzi da preparare, messaggi sul gruppo di famiglia per capire chi va quando. Io faccio il minimo indispensabile e sto più fredda. Lei se n’è accorta. Ieri mi ha detto: “Se devi fare così, fai meno.” E io le ho risposto: “Forse è quello che dovrei fare.” Ci siamo guardate e basta.
Non so se arriverà mai una sua scusa vera. Non so neanche se è il caso di pretenderla da una donna di una certa età che probabilmente non ha mai chiesto scusa a nessuno, neppure a se stessa. Però non so nemmeno se si può stare in pace facendo finta che certe parole non contino.
Io le voglio bene, ma insieme al bene c’è un risentimento che mi vergogno perfino a scrivere. E c’è pure il senso di colpa, perché lei adesso è stanca, invecchia, ha suo marito da assistere, e io mi sento una figlia cattiva a tirare fuori il passato proprio adesso.
Secondo voi si può davvero guarire anche senza sentirsi dire “mi dispiace”? O senza quell’ammissione si resta sempre appese a qualcosa che manca?