Quando in parrocchia mi hanno fatto capire che, per essere accettata, dovevo smettere di essere me stessa
“Se vuoi continuare a fare catechismo ai bambini, forse dovresti evitare certe uscite. La gente parla.” Quando la responsabile del gruppo me l’ha detto, in sagrestia, mi si è gelato tutto.
Io le ho chiesto: “Certe uscite quali?”
E lei, senza guardarmi bene negli occhi: “Le foto che pubblichi. Il modo in cui ti presenti. Tua figlia va alle medie, tuo marito lavora qui in zona, lo sai com’è il paese. Non possiamo dare adito a polemiche.”
Sono tornata a casa con una rabbia addosso che non so spiegare. Mio marito stava apparecchiando e mi ha visto in faccia.
“Che è successo?”
Gli ho detto tutto. Lui è rimasto zitto un attimo e poi ha fatto la cosa che mi ha ferita più di tutte: “Forse, per quieto vivere, potresti evitare di provocare.”
“Provocare? Io?”
“Lo sai che qui la gente giudica. Non dico che abbiano ragione, ma lo sai.”
Il punto è questo: io da qualche mese ho ricominciato a vestirmi come mi sento io. Niente di assurdo, niente di scandaloso. Solo meno “da mamma invisibile” e più da persona vera. Colori forti, capelli tagliati corti da un lato, un orecchino in più, qualche foto dove sorrido e mi vedo bene. Dopo anni passati tra lavoro, spesa, compiti, suoceri, bollette e corse al consultorio con mia figlia quando ha avuto un periodo difficile, avevo bisogno di ritrovarmi.
Però non vivo a Milano. Vivo in un paese piccolo in provincia, dove se cambi rossetto se ne accorge pure quello del bar. E io questa cosa la so benissimo. Quindi sì, forse sono stata ingenua. O forse testarda.
La verità è che in parrocchia ci tenevo davvero. Non tanto per stare “dentro” a tutti i costi, ma perché lì mi sentivo utile. Preparavo gli incontri, accompagnavo i bambini alla messa del sabato, organizzavo la raccolta per la Caritas. Mi sembrava di avere un posto.
Negli ultimi tempi, però, avevo iniziato a sentire certe frasi.
“Sei cambiata.”
“Tutto bene a casa?”
“Stai cercando di dimostrare qualcosa?”
Una mamma mi ha chiesto, ridendo ma non troppo: “Non è che adesso ti separi pure?”
Io all’inizio ci scherzavo sopra. Poi ho iniziato a rispondere male. Una volta, fuori dall’oratorio, ho detto davanti a due persone: “Tranquille, porto ancora la fede al dito, così potete dormire serene.” Non l’avessi mai fatto. Da lì si è sparsa l’idea che io fossi arrogante, che volessi attirare l’attenzione.
E qui arriva la parte in cui pure io ho sbagliato. Perché invece di parlarne con calma, ho cominciato a pubblicare ancora di più. Un po’ per sfida, un po’ perché mi ero stancata di sentirmi controllata. Storie su Instagram, selfie prima di uscire, una serata con due colleghe a bere qualcosa in centro. Mio marito me l’aveva detto: “Così peggiori solo le cose.” E io gli ho risposto: “Se il problema sono io che esisto, allora sì, peggiorerà .”
Solo che in mezzo non c’ero solo io.
Mia figlia una sera mi ha detto: “Mamma, in classe hanno chiesto se è vero che fai la crisi di mezza età .” L’ha detto ridendo, ma le tremava la voce.
Mi si è chiuso lo stomaco. Le ho chiesto chi fosse stato. Lei non ha voluto dirmelo. Ha solo aggiunto: “Io ti difendo, però magari evita di litigare con tutti.”
Quella frase mi ha fatto più male di tutto. Perché io volevo insegnarle ad essere se stessa, ma intanto la mettevo nella posizione di doversi giustificare per me.
La domenica dopo non sono andata in parrocchia. La responsabile mi ha scritto: “Se vuoi, prenditi una pausa. Forse fa bene a tutti.” A tutti. Quella parola mi è rimasta in testa.
Mio marito ha provato a parlarmi con calma. “Non ti sto chiedendo di cambiarti. Ti sto chiedendo di capire dove viviamo. Qui ogni cosa ricade sulla famiglia.”
Io gli ho detto: “Quindi devo tornare quella di prima per non disturbare nessuno?”
E lui: “No. Ma forse puoi decidere quali battaglie vale la pena fare e quali no.”
Il problema è che quella che per lui è una battaglia, per me era solo respirare un po’. Sentirmi ancora viva, non solo utile agli altri.
Poi però è uscita una cosa che non sapevo. Mia suocera, senza cattiveria secondo me, aveva confidato a un’altra donna che io “stavo passando un periodo strano” e che era preoccupata per il matrimonio. Lo aveva detto perché mesi fa io, in un momento di stanchezza, le avevo raccontato che io e mio marito eravamo distanti e che mi sentivo spenta. Lei l’ha presa come una richiesta di aiuto. Io come un tradimento. E da lì, in paese, ognuno ha aggiunto un pezzo.
Quando l’ho affrontata, ha pianto. “Pensavo di proteggerti. Vedevo che stavi male.” E io non sapevo nemmeno se arrabbiarmi o sentirmi in colpa per averle parlato troppo.
Adesso sono passate poche settimane. Non faccio più catechismo, almeno per ora. In parrocchia ci va solo mia figlia, se vuole. Io la accompagno e resto in macchina oppure faccio un giro. Con mio marito la tensione non è sparita, ma almeno adesso parliamo in modo più onesto. Lui dice che si è sentito esposto e io gli credo. Io gli dico che mi sono sentita spenta per anni e lui dice che non se n’era accorto davvero.
Non so ancora se ho perso un posto o se quel posto, in fondo, non era mai davvero mio. So solo che essere me stessa mi è costato più di quanto pensassi, ma tornare indietro per farmi andare bene da tutti mi pesa ancora di più.
Secondo voi ho sbagliato io a non adattarmi al contesto, anche sapendo com’è certa gente, oppure non dovrei accettare di essere tollerata solo se sto zitta e mi rimpicciolisco?