Cena amara: La lotta di Alina per la dignità

«Mamma, perché non c’è il secondo?»

La voce di Matteo, mio figlio di otto anni, mi trapassa come una lama. Siamo seduti al tavolo della cucina, la luce gialla della lampada illumina i nostri piatti: solo una minestra di pane raffermo e qualche carota. Il silenzio dopo la sua domanda è pesante, quasi insopportabile. Sento il cuore battere forte, la gola secca. Non posso mentirgli, non stasera.

«Amore, oggi va così. Domani magari facciamo la pasta al forno, eh?»

Lui abbassa lo sguardo, gioca con la forchetta. So che ha fame, so che vorrebbe altro, ma non posso darglielo. Non questa sera, non con il portafoglio vuoto e la dispensa che piange. Mi sento piccola, inutile, e la rabbia verso la vita mi brucia dentro.

Mi chiamo Alina, ho trentacinque anni e vivo a Bologna. Sono arrivata qui da Ferrara dopo la separazione da Marco, il padre di Matteo. Lui ora vive con un’altra donna, una che può permettersi di portare il bambino a Gardaland e comprargli le scarpe firmate. Io invece conto i centesimi, ogni giorno, ogni sera. Lavoro come commessa in un supermercato, part-time, perché nessuno vuole assumere una madre sola a tempo pieno. Eppure, ogni volta che torno a casa, cerco di sorridere a mio figlio, di fargli credere che va tutto bene.

Quella sera, però, la maschera cade. Mi sento sconfitta. Matteo si alza dal tavolo e va in camera sua senza dire una parola. Resto sola, davanti al piatto vuoto, le mani che tremano. Mi viene da piangere, ma non posso permettermelo. Devo essere forte, per lui.

All’improvviso il telefono squilla. È mia madre, Lucia. «Alina, come va?» chiede con la sua voce sempre troppo allegra, come se volesse nascondere le crepe della nostra famiglia. «Tutto bene, mamma» rispondo, ma lei non ci crede. «Hai mangiato? Matteo sta bene?»

Vorrei urlarle che non ce la faccio più, che sono stanca di lottare da sola, che mi manca il papà, morto troppo presto, e che lei, invece di giudicarmi, potrebbe aiutarmi davvero. Ma non dico nulla. «Sì, mamma, tutto a posto.»

Lei sospira. «Se vuoi, domani puoi venire a pranzo da noi. Ho fatto le lasagne.»

Le lasagne. Il piatto che da bambina mi faceva sentire amata. Ma ora, accettare quell’invito sarebbe come ammettere la sconfitta. «Vediamo, mamma. Ti faccio sapere.»

Chiudo la chiamata e mi sento ancora più sola. Mi alzo, vado in camera di Matteo. Lo trovo seduto sul letto, con il suo peluche preferito. «Mamma, domani posso portare la merenda come gli altri?»

Mi si stringe il cuore. «Certo, amore. Domani ci penso io.»

Ma so che domani dovrò inventarmi qualcosa. Forse chiederò un anticipo alla signora Carla, la mia capa. Ma lei è già stata chiara: «Alina, non posso aiutarti sempre. Qui tutti hanno problemi.»

Mi siedo accanto a Matteo, lo abbraccio forte. Lui si stringe a me. «Mamma, perché papà non viene mai a trovarmi?»

Non so cosa rispondere. Marco si è rifatto una vita, e Matteo è diventato un peso. Ogni volta che lo chiamo per chiedere aiuto, mi risponde con freddezza: «Non posso, ho da fare.»

Mi sento umiliata, arrabbiata. Ma davanti a mio figlio non posso crollare. «Papà lavora tanto, ma ti vuole bene.»

Matteo mi guarda negli occhi. «Ma tu mi vuoi bene di più, vero?»

Sorrido, anche se dentro sto morendo. «Sì, amore. Più di tutto.»

Quella notte non dormo. Penso a come sono arrivata fin qui, a tutte le scelte sbagliate, alle occasioni perse. Penso a quando Marco mi ha lasciata, dicendo che non era pronto per una famiglia. Penso a mia madre, che mi ha sempre rimproverato di essere troppo orgogliosa. E penso a Matteo, che meriterebbe di più.

La mattina dopo mi sveglio presto. Preparo una fetta di pane con un velo di marmellata per la merenda di Matteo. Lui la prende senza dire nulla, ma vedo nei suoi occhi la delusione. Lo accompagno a scuola, lo bacio sulla fronte. «Oggi fai il bravo, eh?»

Torno a casa e mi siedo sul divano. Guardo il soffitto, le crepe che si allargano come le mie paure. Mi sento soffocare. Prendo il telefono e chiamo Marco. «Ciao, sono Alina. Matteo avrebbe bisogno di un paio di scarpe nuove. Le sue sono rotte.»

Lui sbuffa. «Non posso, Alina. Ho altre spese.»

«È tuo figlio, Marco. Non puoi ignorarlo.»

Silenzio. Poi la sua voce si fa dura. «Non farmi la morale. Se non ce la fai, arrangiati.»

Chiudo la chiamata con le lacrime agli occhi. Mi sento umiliata, impotente. Ma non posso arrendermi. Prendo la borsa e vado al supermercato. Lavoro tutto il giorno, tra clienti sgarbati e colleghi indifferenti. Ogni tanto penso a Matteo, a come starà a scuola, se avrà fame, se si sentirà diverso dagli altri bambini.

Quando torno a casa, trovo una lettera nella cassetta della posta. È una bolletta. L’ennesima. La apro con le mani che tremano. L’importo è troppo alto. Non so come farò a pagare.

Quella sera, a cena, preparo una frittata con le ultime uova. Matteo la mangia in silenzio. Poi mi guarda. «Mamma, perché sei triste?»

Non riesco più a mentire. «Perché la vita a volte è difficile, amore. Ma noi siamo forti, vero?»

Lui annuisce e mi abbraccia. In quel momento capisco che non posso più andare avanti così. Devo chiedere aiuto, anche se mi costa la dignità. Prendo il telefono e chiamo mia madre. «Mamma, domani veniamo a pranzo da te.»

Lei non dice nulla per un attimo, poi la sua voce si fa dolce. «Va bene, tesoro. Ti aspetto.»

Quella notte, mentre guardo Matteo dormire, mi chiedo se sto facendo abbastanza per lui. Se la mia dignità vale più della sua felicità. Se un giorno riuscirò a dargli tutto quello che merita.

E voi, cosa avreste fatto al mio posto? È giusto mettere da parte l’orgoglio per amore di un figlio?