Divisa tra Due Amori: Mia Figlia e Mio Patrigno
«Mamma, perché non vieni mai alle mie recite?» La voce di Giulia, mia figlia di otto anni, mi colpisce come uno schiaffo mentre sto cercando di convincere Vittorio a prendere le sue medicine. Siamo nella cucina della vecchia casa di famiglia a Bologna, e il profumo del ragù che sobbolle sul fuoco si mescola all’odore pungente dei farmaci. Vittorio, seduto al tavolo, guarda fuori dalla finestra con occhi spenti. «Non voglio andare in quella casa di riposo, Martina. Qui ci sono i ricordi di tua madre. Qui c’è la mia vita.»
Mi sento tirare da due parti, come una corda che sta per spezzarsi. Da una parte c’è Giulia, che ha bisogno di una madre presente, che la accompagni a scuola, che la ascolti quando piange perché le sue amiche non la invitano alle feste. Dall’altra c’è Vittorio, che dopo la morte di mamma è rimasto solo, fragile, e che ogni giorno sembra perdere un pezzo di sé. Mio marito, Andrea, cerca di aiutarmi, ma anche lui è stanco. «Martina, non possiamo continuare così. Giulia ha bisogno di te. E anche tu hai bisogno di respirare.»
Ma come si fa a scegliere? Come si fa a dire a un uomo che ti ha cresciuta come una figlia che non puoi più esserci per lui? Come si fa a guardare negli occhi tua figlia e dirle che ancora una volta non potrai essere alla sua recita perché il nonno ha la febbre?
«Martina, non capisci che qui sto bene? Non voglio finire tra sconosciuti, in una stanza bianca, a guardare la televisione tutto il giorno. Qui sento ancora la voce di tua madre, la notte. Qui sento il suo profumo.» Vittorio stringe la tazza di caffè tra le mani tremanti. Mi avvicino, gli accarezzo la spalla, ma lui si scansa. «Non capisci, tu. Sei giovane. Hai la tua vita.»
Mi sento in colpa. Forse ha ragione. Forse sono egoista a pensare di poterlo lasciare solo. Ma ogni volta che guardo Giulia, sento un dolore sordo nel petto. L’altra sera l’ho trovata che piangeva sotto le coperte. «Mamma, perché non mi vuoi bene?» Mi si è spezzato il cuore. L’ho stretta forte, ma lei si è divincolata. «Tu vuoi più bene al nonno che a me.»
Non è vero. O forse sì. Forse il mio amore è diviso, e nessuno dei due riceve tutto quello che merita. Andrea mi guarda con occhi stanchi. «Martina, dobbiamo prendere una decisione. Non puoi continuare a correre da una parte all’altra. Non è vita, né per te, né per noi.»
La notte non dormo. Mi giro e rigiro nel letto, ascoltando il ticchettio dell’orologio. Penso a quando ero bambina, a quando mamma era ancora viva. Vittorio mi portava al parco, mi insegnava ad andare in bicicletta. Era lui che mi consolava quando cadevo e mi sbucciavo le ginocchia. Era lui che mi leggeva le favole la sera. Non è il mio vero padre, ma è stato più padre di chiunque altro.
E ora dovrei abbandonarlo?
Un giorno, mentre sto aiutando Vittorio a vestirsi, lui mi guarda negli occhi. «Martina, non voglio essere un peso. Ma non posso vivere senza i miei ricordi. Se mi porti via da qui, muoio.» Le sue parole mi trafiggono. Mi sento soffocare. «Papà, io non voglio farti del male. Ma non posso più farcela da sola. Giulia ha bisogno di me. Anche Andrea.»
Lui abbassa lo sguardo. «Allora vai. Lasciami qui. Non ho paura di restare solo. Ho paura di dimenticare.»
Quella sera, a cena, Giulia mi guarda con occhi grandi. «Mamma, domani vieni alla mia recita?» Sento il nodo in gola. «Non lo so, amore. Il nonno non sta bene.» Lei si alza di scatto, rovescia la sedia. «Non mi importa del nonno! Voglio la mia mamma!» Corre in camera, sbattendo la porta. Andrea mi guarda, sconfitto. «Martina, così non può andare avanti.»
Passano i giorni. Ogni mattina mi sveglio con la speranza che qualcosa cambi, che Vittorio accetti di trasferirsi, che Giulia capisca. Ma niente cambia. Un pomeriggio, mentre sto preparando la merenda, sento un tonfo. Corro in salotto e trovo Vittorio a terra, pallido, il respiro affannoso. Chiamo l’ambulanza. In ospedale mi dicono che è solo una caduta, ma che non può più stare da solo. «Signora, deve prendere una decisione. Non possiamo dimetterlo se non c’è qualcuno che lo assista 24 ore su 24.»
Mi sento crollare il mondo addosso. Andrea mi prende la mano. «Martina, è il momento. Non puoi più fare tutto da sola.»
Torno a casa, guardo Giulia che disegna sul tavolo della cucina. Mi avvicino, le accarezzo i capelli. «Amore, la mamma deve parlarti.» Lei mi guarda, diffidente. «Il nonno deve andare a vivere in un posto dove possono aiutarlo. Io… io sarò più presente per te.» Lei mi abbraccia, ma sento che qualcosa si è spezzato tra noi.
Il giorno in cui accompagno Vittorio nella casa di riposo piove. Lui non parla. Tiene lo sguardo fisso fuori dal finestrino. Quando arriviamo, mi prende la mano. «Martina, promettimi che verrai a trovarmi. Non lasciarmi solo.» Le lacrime mi rigano il viso. «Te lo prometto, papà.»
Quando torno a casa, Giulia mi corre incontro. «Mamma, oggi c’è la recita! Vieni?» Annuisco, ma dentro sento un vuoto. Alla recita, mentre la guardo sul palco, penso a Vittorio, solo, in una stanza che non conosce, circondato da estranei. Penso a mia madre, a quanto sarebbe stata fiera di me. O forse no. Forse mi avrebbe detto che ho sbagliato tutto.
La sera, a letto, Giulia si stringe a me. «Mamma, adesso sei tutta mia?» Le sorrido, ma il sorriso è amaro. «Sì, amore. Sono tutta tua.» Ma so che non è vero. Una parte di me è rimasta con Vittorio, in quella stanza bianca, tra i suoi ricordi e la sua solitudine.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta. Se si può davvero amare due persone allo stesso modo, senza ferire nessuno. O se, alla fine, si perde sempre qualcosa. Voi cosa avreste fatto al mio posto? Si può essere una buona figlia e una buona madre allo stesso tempo?