Non sono più la tua ragazza delle commissioni, Signora Bianchi

«Giulia, puoi venire un attimo? Mi serve il pane fresco… e magari anche un po’ di latte, se non ti disturba.»

La voce della signora Bianchi mi raggiungeva attraverso il muro sottile del nostro palazzo a Modena, come ogni mattina da quasi un anno. E io, ogni volta, sentivo il cuore stringersi tra compassione e rabbia. Non era solo il pane o il latte: erano le medicine, la spesa, le bollette da pagare, le chiacchiere interminabili su sua figlia che non veniva mai. Ero diventata la sua ombra, la sua ragazza delle commissioni.

«Signora Bianchi, oggi proprio non posso. Ho già mille cose da fare per mamma e devo portare mio fratello a scuola.»

«Ma Giulia, sei sempre così gentile… Solo cinque minuti, ti prego. Non ho nessun altro.»

Quella frase mi colpiva ogni volta come uno schiaffo. Nessun altro. Ma sua figlia, Laura, viveva a Bologna. Certo, aveva due bambini piccoli e un marito sempre in viaggio per lavoro, ma davvero era giusto che tutto ricadesse su di me? Mi sentivo in trappola, come se la mia vita valesse meno perché ero giovane e senza figli.

Ricordo ancora quella mattina di novembre, quando tutto è cambiato. Pioveva forte e io ero già in ritardo per l’università. Il telefono squillò: era la signora Bianchi.

«Giulia, scusami… mi si è rotto il riscaldamento. Puoi venire subito? Ho freddo…»

Guardai mia madre che stava preparando il caffè in cucina. «Ancora lei?» sospirò. «Giulia, non puoi continuare così. Non sei responsabile per tutti.»

Ma io non riuscivo a dire di no. Mi infilai il cappotto e corsi da lei. L’appartamento odorava di vecchio e di medicine. La signora Bianchi era avvolta in una coperta sul divano.

«Sei un angelo, Giulia. Laura non risponde mai al telefono…»

Mi chinai per sistemare la stufa elettrica. «Signora Bianchi, forse dovrebbe chiamare un tecnico.»

«Non ho soldi per queste cose. Laura dice sempre che appena può viene lei… Ma non viene mai.»

Sentii la rabbia salire. «Forse dovrebbe insistere con sua figlia.»

Lei mi guardò con occhi lucidi. «Non capisci… Laura ha la sua vita.»

E io? La mia vita dove era finita?

Quella sera tornai a casa stanca e nervosa. Mia madre mi aspettava con la cena pronta.

«Hai fatto anche oggi la crocerossina?»

«Non è colpa sua se è sola.»

«No, ma non è neanche colpa tua.»

Le parole di mamma mi rimasero dentro tutta la notte. Sognai di correre per le strade di Modena con mille borse della spesa, inseguita da voci che mi chiedevano aiuto.

Il giorno dopo decisi che dovevo parlare con Laura. La chiamai.

«Pronto? Sono Giulia, la vicina di mamma.»

«Ah sì… tutto bene?»

«Sua madre ha bisogno di aiuto. Non posso occuparmene sempre io.»

Silenzio.

«Guardi… ho due bambini piccoli e mio marito è spesso fuori per lavoro. Non so proprio come fare.»

«Ma sua madre sta male! Non può essere tutto sulle mie spalle.»

Laura sospirò. «Lo so… ma non posso trasferirmi a Modena solo per lei.»

Chiusi la chiamata con le mani che tremavano.

Passarono i giorni e la situazione peggiorò. La signora Bianchi iniziò a chiamarmi anche di notte: aveva paura, sentiva rumori strani, pensava che qualcuno volesse entrare in casa.

Una sera mio padre sbottò: «Basta! Questa storia deve finire. Non sei la badante di nessuno!»

Scoppiai a piangere davanti a tutta la famiglia.

«Ma se non l’aiuto io, chi lo farà?»

Mio fratello minore mi abbracciò forte. «Giulia, tu sei buona… ma devi pensare anche a te stessa.»

Il giorno dopo andai dalla signora Bianchi con il cuore pesante.

«Signora… dobbiamo parlare.»

Lei mi guardò spaventata. «Che succede?»

«Non posso più essere la sua ragazza delle commissioni. Sono stanca… ho una mia vita e non riesco più a gestire tutto.»

Lei rimase in silenzio per un attimo lunghissimo.

«Allora mi lasci sola come tutti gli altri?»

Sentii una fitta al petto.

«No… ma credo che sia giusto che anche sua figlia si prenda le sue responsabilità. Forse dovrebbe chiederle aiuto quando viene qui.»

La signora Bianchi abbassò lo sguardo.

«Laura non vuole vedere quanto sto male…»

Mi sedetti accanto a lei.

«Forse dovreste parlarne insieme. Io posso esserle vicina ogni tanto, ma non posso sostituire la sua famiglia.»

Lei annuì piano, con le lacrime agli occhi.

Quella sera tornai a casa svuotata ma sollevata. Avevo finalmente detto quello che sentivo da mesi.

Nei giorni successivi la signora Bianchi mi chiamò meno spesso. Una volta mi fermò sulle scale:

«Giulia… grazie per tutto quello che hai fatto. Scusami se ti ho chiesto troppo.»

Le sorrisi debolmente.

A volte sento ancora il senso di colpa mordermi dentro. Ma so che ho fatto la cosa giusta.

Mi chiedo spesso: perché in Italia ci si aspetta sempre che siano le donne giovani a farsi carico dei problemi degli altri? E voi, vi siete mai trovati nella mia situazione? Come avete trovato il coraggio di dire basta?