Tra le Corsie della Solitudine: Una Vita tra le Scaffalature del Supermercato
«Signora, si sposti!», mi urla una voce alle spalle, mentre cerco di raggiungere una scatola di biscotti sullo scaffale più alto. La mia mano trema, il bastone mi scivola quasi dalla presa. Mi volto lentamente, il cuore che batte forte per l’imbarazzo. Un uomo sulla quarantina, giacca elegante e sguardo impaziente, mi fissa come se fossi un ostacolo da rimuovere. «Mi scusi», balbetto, cercando di farmi da parte con il carrello che sembra pesare una tonnellata.
Mi chiamo Maria Rossi, ho settantadue anni e da quando mio marito è morto, il supermercato è diventato il mio campo di battaglia. Ogni settimana affronto queste corsie come se fossero sentieri di montagna: ripide, strette, piene di ostacoli. Non ho figli che possano aiutarmi; mia figlia Laura vive a Milano, troppo impegnata con il lavoro e i suoi bambini per ricordarsi della madre rimasta sola a Bologna.
A volte mi chiedo se sono io a essere cambiata o se è cambiato il mondo attorno a me. Ricordo quando il negozio sotto casa era un luogo di chiacchiere e sorrisi. Ora tutto è diverso: luci fredde, musica assordante, offerte che cambiano ogni giorno e commessi che sembrano robot programmati per ignorare chi va più piano.
«Serve aiuto, signora?», mi chiede una ragazza con la divisa blu del supermercato. La sua voce è gentile, ma i suoi occhi sono già altrove. «Vorrei solo quei biscotti lassù», indico con il dito tremante. Lei li prende senza guardarmi davvero, li mette nel mio carrello e sparisce tra le corsie. Nessun sorriso, nessuna parola in più.
Mi sento invisibile. La gente mi passa accanto senza vedermi, come se fossi trasparente. I giovani corrono con i loro carrelli pieni di cibi pronti e bibite zuccherate, parlano al telefono o ascoltano musica nelle cuffie. Nessuno si ferma mai a chiedere come sto.
Una volta, mentre cercavo di prendere una bottiglia d’olio da uno scaffale troppo alto, sono scivolata. Il dolore alla schiena era lancinante. Sono rimasta lì per qualche secondo, sperando che qualcuno mi aiutasse. Alla fine è stato un signore anziano come me ad avvicinarsi: «Tutto bene?», mi ha chiesto con voce preoccupata. Gli ho sorriso debolmente: «Sì, grazie». Ma dentro di me piangevo.
La solitudine pesa più delle borse della spesa. Quando torno a casa, la cucina sembra più vuota che mai. Appoggio le buste sul tavolo e mi siedo a riprendere fiato. Guardo fuori dalla finestra: la strada è piena di gente, ma nessuno si ferma mai sotto il mio balcone.
Una domenica mattina, decido di chiamare Laura. «Mamma, sto entrando in riunione», mi dice subito. «Ti richiamo dopo». Ma quel dopo non arriva mai. Mi sento un peso anche per lei. Forse ha ragione mio fratello Paolo quando dice che dovrei trasferirmi in una casa di riposo. Ma io non voglio lasciare la mia casa, i miei ricordi, le mie abitudini.
Il lunedì successivo torno al supermercato. Questa volta decido di chiedere aiuto a un commesso per portare le borse fino a casa. «Non possiamo farlo, signora», mi risponde secco il ragazzo alla cassa. «Non è previsto dal regolamento». Sento una rabbia sorda salire dentro di me. Possibile che nessuno abbia pensato a chi non ce la fa da solo?
Mi siedo su una panchina fuori dal supermercato e guardo la gente che va e viene. Una signora anziana come me si avvicina zoppicando. «Anche lei fa fatica?», le chiedo piano. Lei annuisce: «Ogni giorno è una sfida». Parliamo per un po’, ci raccontiamo le nostre vite fatte di piccoli dolori e grandi silenzi.
Quella conversazione mi dà coraggio. Decido di scrivere una lettera al direttore del supermercato: racconto delle difficoltà che incontro ogni giorno, chiedo più attenzione per chi è anziano o ha problemi di mobilità. Non ricevo risposta.
Passano i mesi, le stagioni cambiano ma la mia routine resta la stessa: supermercato, casa vuota, telefonate senza risposta. Un giorno incontro per caso Laura alla stazione: è venuta a Bologna per lavoro ma non ha tempo per vedermi davvero. «Mamma, sei sempre così negativa», mi dice infastidita quando provo a parlarle delle mie difficoltà. «Devi imparare ad arrangiarti».
Mi sento tradita, abbandonata da chi dovrebbe volermi bene sopra ogni cosa. Ma forse sono io che pretendo troppo? Forse dovrei davvero imparare a cavarmela da sola, anche se ogni giorno diventa più difficile.
Una sera d’inverno, mentre sistemo la spesa in dispensa, mi fermo davanti allo specchio dell’ingresso. Vedo una donna stanca, con gli occhi pieni di malinconia ma ancora capaci di sognare un po’ di gentilezza.
Mi chiedo: quanti altri come me si sentono così? Quanti anziani affrontano ogni giorno la giungla del supermercato senza che nessuno li veda davvero? Forse basterebbe un sorriso, una mano tesa, un po’ di pazienza in più.
E voi? Vi siete mai fermati a guardare negli occhi una persona anziana tra le corsie del supermercato? Cosa fareste al mio posto?