“Mamma, qui è ancora sporco!” – La storia di Linda, che aveva dimenticato se stessa
«Mamma, qui è ancora sporco!»
La voce di Marco mi raggiunge dalla cucina come una frustata. Sento il sangue che mi sale alle guance, ma non rispondo subito. Mi chino ancora una volta sul pavimento, strofinando con più forza la macchia che sembra non voler sparire. Il profumo acre del detersivo mi pizzica il naso. Mi chiamo Linda, ho sessantotto anni e da sei mesi vivo con mio figlio e sua moglie, in questo appartamento al terzo piano di un palazzo grigio a Bologna.
«Linda, hai finito con i piatti?» La voce di Giulia è tagliente come sempre. «Sì, sto per finire», rispondo piano, cercando di non far tremare la voce. Sento i loro passi nella stanza accanto, le loro risate soffocate. Mi sembra di essere invisibile, un’ombra che si muove tra le stanze per non disturbare.
Quando sono arrivata qui, dopo la morte di mio marito Paolo, pensavo che sarebbe stato un nuovo inizio. Marco mi aveva detto: «Mamma, vieni da noi. Non puoi stare sola.» Ma nessuno mi aveva detto che avrei dovuto lasciare me stessa fuori dalla porta.
La sera, mentre sparecchio la tavola, sento Giulia lamentarsi: «Non capisco perché tua madre non riesca a fare le cose come si deve. Mia madre a quest’ora avrebbe già finito tutto.» Marco non risponde. Forse si vergogna di me? O forse semplicemente non vuole litigare.
Mi rifugio nella mia stanza, una piccola camera con le pareti color crema e una finestra che dà su un cortile rumoroso. Mi siedo sul letto e guardo la foto di Paolo sul comodino. «Cosa sto facendo?» sussurro. «Perché mi lascio trattare così?»
Il giorno dopo, la routine ricomincia. Sveglia alle sei, preparo il caffè per tutti. Giulia entra in cucina senza salutare. «Hai comprato il latte?», chiede. «Sì, l’ho preso ieri pomeriggio.» Lei annuisce appena e si siede al tavolo con il cellulare in mano.
A volte mi chiedo se sono io a sbagliare tutto. Forse sono lenta, forse non capisco più come si fanno le cose oggi. Ma poi vedo come Giulia tratta anche Marco: sempre con quell’aria di superiorità, sempre pronta a trovare un difetto.
Un pomeriggio, mentre stendo i panni sul balcone, sento le loro voci dalla cucina.
«Non possiamo continuare così», dice Giulia sottovoce.
«È solo questione di tempo», risponde Marco. «Appena trova una casa per anziani…»
Mi si gela il sangue nelle vene. Una casa per anziani? Non ne avevamo mai parlato. Mi appoggio al muro per non cadere.
Quella notte non dormo. Ripenso a quando Marco era piccolo e aveva paura del temporale; io lo stringevo forte e gli dicevo che andava tutto bene. Ora sono io ad avere paura.
Il giorno dopo trovo il coraggio di parlare con Marco mentre Giulia è al lavoro.
«Marco… posso chiederti una cosa?»
Lui alza lo sguardo dal computer. «Dimmi, mamma.»
«Davvero pensate di mandarmi in una casa di riposo?»
Lui arrossisce. «Mamma… non è così semplice. Giulia dice che qui non c’è spazio, che tu hai bisogno di cure…»
«Io sto bene», lo interrompo. «Non sono malata.»
Marco sospira. «Non voglio litigare.»
Mi sento tradita. Ho lasciato la mia casa, i miei amici, i miei ricordi per stare vicino a mio figlio. E ora lui vuole liberarsi di me come se fossi un peso.
Passano i giorni e l’atmosfera in casa diventa sempre più tesa. Giulia mi ignora o mi parla solo per darmi ordini. Marco è sempre più distante.
Un sabato pomeriggio suona il campanello: è mia sorella Anna, venuta da Modena per vedermi.
«Linda! Come stai?»
La abbraccio forte e sento le lacrime che mi salgono agli occhi.
«Non bene», le confesso mentre ci sediamo in salotto.
Anna mi guarda preoccupata. «Cosa succede?»
Le racconto tutto: le umiliazioni, la solitudine, la paura di essere mandata via.
Lei stringe la mia mano. «Devi pensare a te stessa, Linda. Non puoi vivere così.»
Quella notte sogno Paolo che mi sorride e mi dice: «Linda, ricordati chi sei.»
Mi sveglio con una decisione nel cuore.
La mattina dopo preparo la colazione come sempre, ma questa volta guardo Giulia negli occhi quando entra in cucina.
«Giulia, vorrei parlarti.»
Lei mi guarda sorpresa. «Sì?»
«Non sono qui per essere la vostra domestica. Sono venuta perché pensavo che avessimo bisogno l’uno dell’altra.»
Lei sbuffa. «Linda, nessuno ti obbliga a restare.»
Sento la rabbia montare dentro di me. «Hai ragione», dico con voce ferma. «Nessuno mi obbliga.»
Prendo il telefono e chiamo Anna.
«Anna… posso venire da te per un po’? Ho bisogno di respirare.»
Lei ride felice: «Certo che puoi!»
Quando Marco torna a casa quella sera trova la mia valigia pronta nell’ingresso.
«Mamma… dove vai?»
Lo guardo negli occhi e vedo il bambino che era una volta.
«Vado da Anna per un po’. Ho bisogno di ritrovare me stessa.»
Lui abbassa lo sguardo. «Mi dispiace…»
Gli accarezzo la guancia. «Anche a me.»
Esco dal portone con il cuore pesante ma anche leggero allo stesso tempo. Per la prima volta dopo mesi sento l’aria fresca sulla pelle e penso che forse c’è ancora tempo per essere felice.
Mi chiedo: quante donne come me hanno dimenticato chi sono per amore della famiglia? Quante hanno il coraggio di dire basta? Forse oggi ho imparato che volersi bene non è egoismo.