Ogni Giorno Una Nuova Cena: La Mia Vita con Riccardo e le Sue Pretese
«Marta, ma questa pasta l’hai fatta stamattina?»
La voce di Riccardo mi trapassa come una lama sottile. Sono le otto di sera, sono appena rientrata dal lavoro, e lui è già seduto a tavola, il viso tirato, lo sguardo fisso sul piatto. Mi sento le guance accendersi, la stanchezza che mi pesa sulle spalle come un mantello bagnato.
«Sì, Riccardo. L’ho preparata stamattina prima di andare in ufficio. Non ho avuto tempo di rifarla adesso.»
Lui sospira, sposta la forchetta come se stesse maneggiando una reliquia. «Lo sai che non mi piace la roba riscaldata. Non potresti almeno cucinare qualcosa di fresco la sera?»
Mi mordo il labbro per non urlare. Mi giro verso la finestra, guardo le luci dei palazzi che si accendono una dopo l’altra. Mi chiedo se anche nelle altre case ci sia questa tensione, questa sensazione di essere sempre in difetto.
Mi chiamo Marta, ho trentotto anni e vivo a Bologna con mio marito Riccardo e i nostri due figli, Sofia e Matteo. Lavoro come impiegata in uno studio legale e ogni giorno mi sveglio alle sei per preparare la colazione e il pranzo per tutti. Riccardo lavora in banca, ha orari più flessibili dei miei, ma non ha mai messo piede in cucina. «Non sono capace», dice sempre. Ma io so che non è vero.
La nostra storia non è sempre stata così. Quando ci siamo conosciuti all’università, Riccardo era dolce, premuroso. Mi portava i cornetti caldi la domenica mattina e diceva che bastava stare insieme per essere felici. Ma col tempo qualcosa è cambiato. Forse è stato il peso delle responsabilità, forse la routine. O forse siamo cambiati noi.
Una sera, mentre sto tagliando le verdure per il minestrone, Sofia entra in cucina con il quaderno dei compiti.
«Mamma, mi aiuti con la matematica?»
Guardo l’orologio: sono le sette e mezza, il minestrone ancora da finire, la tavola da apparecchiare. Sento un nodo alla gola.
«Dammi dieci minuti, amore. Appena finisco qui.»
Lei annuisce, ma vedo la delusione nei suoi occhi. Mi sento in colpa. Vorrei essere una madre migliore, una moglie migliore, ma mi sembra di fallire su tutti i fronti.
Quando finalmente ci sediamo a tavola, Riccardo assaggia il minestrone e fa una smorfia.
«Non potevi fare qualcosa di più sostanzioso? Dopo una giornata così ho bisogno di carne.»
Matteo ride sotto i baffi: «Papà vuole sempre la carne!»
Sofia lo zittisce con uno sguardo. Io respiro profondamente e cerco di non piangere.
Dopo cena, mentre lavo i piatti, Riccardo si siede sul divano con il cellulare. I bambini fanno i compiti da soli. La casa è silenziosa, ma dentro di me c’è un uragano.
Una notte non riesco a dormire. Mi alzo e vado in cucina. Mi siedo al tavolo e guardo le mani screpolate dal detersivo. Penso a mia madre, che ha passato la vita a cucinare per mio padre senza mai lamentarsi. Ma io non sono come lei. Io sento che sto perdendo me stessa.
Il giorno dopo decido di parlare con Riccardo.
«Riccardo, dobbiamo parlare.»
Lui alza lo sguardo dal giornale. «Che succede?»
«Non ce la faccio più a cucinare ogni giorno pasti freschi. Lavoro anche io, ho bisogno di aiuto.»
Lui sbuffa. «Ma dai Marta, non esagerare. È solo questione di organizzazione.»
«Non è solo questione di organizzazione! È questione di rispetto! Non puoi pretendere che io faccia tutto da sola.»
Lui si irrigidisce. «Se vuoi posso ordinare qualcosa da asporto ogni tanto.»
Mi sento umiliata. «Non voglio che ordini cibo spazzatura per i nostri figli solo perché tu non vuoi mangiare avanzi!»
La discussione si fa accesa. I bambini ci guardano dalla porta della cucina, spaventati.
Quella notte dormiamo separati.
Passano i giorni e la tensione cresce. Riccardo diventa sempre più distante, io sempre più esausta. Un sabato mattina decido di andare da mia sorella Francesca.
«Franci, non ce la faccio più.»
Lei mi abbraccia forte. «Marta, devi pensare anche a te stessa. Non puoi sacrificarti così.»
Parliamo per ore. Francesca mi racconta della sua esperienza: anche lei aveva un marito esigente, ma ha imparato a dire no.
«Sai cosa ho fatto? Ho smesso di cucinare per una settimana. Ognuno si arrangiava.»
Rido amaramente: «Riccardo morirebbe di fame.»
Lei mi guarda seria: «O imparerebbe a cavarsela.»
Torno a casa con una decisione presa.
Il lunedì mattina preparo solo la colazione per i bambini e lascio un biglietto a Riccardo:
“Caro Riccardo,
da oggi ognuno si occupa dei propri pasti. Ho bisogno di tempo per me stessa e per i nostri figli.
Marta”
Quando torno dal lavoro trovo Riccardo in cucina, spaesato davanti ai fornelli.
«Cos’è questa storia?»
Lo guardo negli occhi: «È ora che tu impari a rispettare il mio tempo e il mio lavoro.»
Lui sembra voler ribattere, ma poi si ferma. Prende una padella e inizia a cercare qualcosa nel frigorifero.
I primi giorni sono difficili. I bambini fanno domande, Riccardo brontola ma si arrangia con pasta al burro o uova strapazzate.
Una sera mi siedo sul divano con Sofia e Matteo a guardare un film mentre Riccardo cucina per sé.
Dopo una settimana lui si avvicina timidamente:
«Marta… posso aiutarti domani a preparare la cena? Magari cuciniamo insieme.»
Sento un nodo sciogliersi dentro di me. Forse qualcosa sta cambiando davvero.
Quella sera cuciniamo tutti insieme: io taglio le verdure con Sofia, Matteo apparecchia la tavola e Riccardo segue le mie istruzioni per il sugo.
A tavola c’è silenzio solo per qualche minuto, poi Matteo esclama: «Papà ha messo troppo sale!»
Scoppiano tutti a ridere, anche Riccardo.
Non so se sarà sempre così facile, ma almeno ora sento che non sono più sola in questa battaglia quotidiana.
Mi chiedo: quante donne in Italia vivono ancora prigioniere delle aspettative degli altri? E voi cosa fareste al mio posto?