La fame di mia vicina: una storia di silenzi e sogni infranti a Napoli
«Non urlare, papà! Ti prego, non urlare!»
La voce di Giulia attraversava il muro sottile che separava il nostro soggiorno da quello dei Romano. Avevo dieci anni e già conoscevo il peso della vergogna e dell’impotenza. Ogni sera, quando il sole calava dietro i palazzi scrostati di via Foria, la nostra casa si riempiva di silenzi tesi e sguardi bassi. Mia madre, seduta al tavolo con le mani intrecciate, ascoltava in silenzio le urla soffocate che provenivano dall’appartamento accanto. Mio padre scuoteva la testa e mormorava: «Non è affar nostro.» Ma io non riuscivo a smettere di pensare a Giulia.
Giulia aveva un anno meno di me, capelli neri sempre spettinati e occhi grandi che sembravano troppo tristi per una bambina. La incontravo spesso sulle scale, con la cartella sdrucita e le scarpe rotte. «Ciao, Marco», mi diceva con un filo di voce. Io le sorridevo, ma sentivo un nodo in gola. Sapevo che a casa sua non c’era quasi mai da mangiare. Suo padre, Antonio Romano, era stato muratore prima che l’alcol gli rubasse la dignità e il lavoro. Sua madre, Teresa, era una donna minuta, con le spalle curve e lo sguardo perso nel vuoto. Una volta era stata bella, diceva mia madre, ma ora sembrava solo l’ombra di se stessa.
Una sera d’inverno, mentre fuori pioveva forte e il vento faceva tremare i vetri, sentii un tonfo seguito da un pianto disperato. Mi affacciai alla porta e vidi Giulia seduta sui gradini, le ginocchia graffiate e il viso bagnato di lacrime. «Che è successo?» le chiesi piano. Lei scosse la testa: «Papà ha buttato via la minestra… dice che non era buona.»
Mi sentii stringere il cuore. Tornai dentro e presi una fetta di pane dal tavolo. Mia madre mi guardò senza dire nulla mentre uscivo di nuovo sul pianerottolo. «Tieni», sussurrai porgendole il pane. Giulia lo prese con mani tremanti e lo nascose sotto il maglione.
Da quella sera cominciai a portarle di nascosto piccoli pezzi di cibo: una mela, un biscotto, qualche fetta di salame che mia madre metteva da parte per me. Ogni volta che le davo qualcosa, Giulia mi sorrideva con gratitudine mista a vergogna. «Non dirlo a nessuno», mi pregava.
Ma la situazione peggiorava ogni giorno. Antonio Romano tornava sempre più tardi, puzzando di vino e rabbia. Una notte sentii un rumore sordo: vetri rotti, urla soffocate, poi il silenzio. Il giorno dopo Giulia non venne a scuola. Chiesi alla maestra dov’era e lei mi rispose con uno sguardo triste: «Sta poco bene.»
Passarono settimane in cui la vedevo solo dalla finestra: seduta sul balcone, le gambe penzoloni nel vuoto, lo sguardo fisso sul cortile. Un pomeriggio mi decisi a bussare alla loro porta. Mi aprì Teresa, pallida come un lenzuolo. «Ciao Marco… Giulia non può giocare oggi.» Dietro di lei vidi Antonio sdraiato sul divano, una bottiglia vuota accanto.
«Va tutto bene?» chiesi ingenuamente.
Teresa abbassò lo sguardo: «Sì… grazie.» Ma la sua voce tremava.
Quella notte non riuscii a dormire. Sentivo i passi pesanti di Antonio nel corridoio, le urla soffocate di Teresa, i singhiozzi di Giulia. Mi chiedevo perché nessuno facesse nulla. Perché i grandi si giravano dall’altra parte? Perché mia madre diceva sempre: «Non possiamo metterci nei guai»?
Un giorno trovai Giulia nel cortile della scuola, seduta da sola su una panchina. Aveva un livido sulla guancia e gli occhi gonfi.
«Ti ha fatto male tuo padre?»
Lei annuì senza parlare.
«Vuoi venire a casa mia?»
Scosse la testa: «Se mamma scopre che sono andata via… papà si arrabbia.»
Mi sentii impotente come mai prima. Avrei voluto portarla via da tutto quel dolore, ma non sapevo come.
Gli anni passarono così: io crescevo tra i libri e i sogni di una vita migliore; Giulia invece sembrava sempre più piccola, schiacciata dal peso della sua famiglia. A diciassette anni smise di andare a scuola. La vedevo ogni tanto al mercato, aiutava la madre a vendere frutta marcia per pochi spiccioli.
Un giorno d’estate la incontrai per caso alla stazione della Circumvesuviana. Era magra come un’ombra e portava una valigia rotta.
«Dove vai?»
«Via da qui», rispose senza guardarmi negli occhi.
«E tua madre?»
«Non ce la fa più nemmeno lei… ma io devo andarmene.»
La abbracciai forte, sentendo le sue ossa sotto la pelle sottile.
«Scrivimi», le dissi.
Lei sorrise tristemente: «Se trovo un posto dove stare.»
Da quel giorno non l’ho più vista.
Ho saputo anni dopo che Antonio Romano era morto solo in una baracca alla periferia di Napoli; Teresa si era trasferita dalla sorella in provincia; di Giulia nessuno sapeva più nulla. Forse era partita per il Nord, forse aveva trovato lavoro come cameriera o badante in qualche città lontana.
A volte mi chiedo se avrei potuto fare qualcosa di più per lei. Se avessi avuto il coraggio di parlare con qualcuno, denunciare quello che succedeva dietro quelle mura sottili… Forse Giulia avrebbe avuto una vita diversa.
Ma allora ero solo un ragazzino spaventato dal dolore degli altri e dalla paura dei grandi.
Oggi cammino ancora per quelle strade di Napoli e ogni tanto mi sembra di vedere Giulia tra la folla: una donna magra con gli occhi grandi e tristi che cerca ancora un po’ di pace.
Mi chiedo spesso: quanti bambini come Giulia vivono ancora oggi nell’ombra della nostra indifferenza? E noi… abbiamo davvero il diritto di voltarci dall’altra parte?