Quella sera a Trastevere: quando le illusioni si spezzano
«Non puoi capire, Marta. Non puoi proprio capire!»
La voce di Ivano risuona ancora nella mia testa, tagliente come il coltello che la nonna usava per affettare il pane duro la domenica mattina. Siamo seduti uno di fronte all’altro, in quel piccolo ristorante di Trastevere, tra tovaglie a quadretti e il profumo di sugo che si mescola al vino rosso. Eppure, tutto ciò che sento è il battito accelerato del mio cuore e la sensazione che qualcosa stia per andare irrimediabilmente storto.
Solo poche ore prima, tutto sembrava diverso. L’incontro con Ivano era stato casuale, quasi cinematografico. Stavo cercando l’ultimo romanzo di Camilleri in una libreria nascosta tra i vicoli, quando lui si è avvicinato con un sorriso timido e un libro di Scerbanenco sotto braccio. «Anche tu ami i gialli?» mi aveva chiesto, e io avevo riso, sorpresa da quella sintonia improvvisa. Abbiamo parlato per quasi un’ora tra gli scaffali, scambiandoci consigli e battute, fino a quando lui non ha proposto: «Ti va una cena stasera? Conosco un posto dove fanno la carbonara come la faceva mia madre.»
Avevo accettato senza esitazione, sentendomi leggera come non mi succedeva da tempo. Dopo anni di relazioni sbagliate e delusioni familiari — mio padre che aveva lasciato casa quando avevo dodici anni, mia madre sempre troppo impegnata a lavorare per accorgersi delle mie lacrime — quell’incontro mi sembrava un segno del destino.
E invece, ora, seduta davanti a Ivano, sento solo freddo. Lui tiene lo sguardo basso, le mani intrecciate sul tavolo. Provo a rompere il silenzio: «Ivano, cosa c’è che non va? Mi sembri distante…»
Lui alza gli occhi e per un attimo vedo qualcosa spezzarsi dentro di lui. «Non sono quello che pensi, Marta. Non sono l’uomo perfetto che immagini.»
Sorrido, cercando di alleggerire l’atmosfera: «Nessuno è perfetto. Nemmeno io. Ho paura dei temporali e non so cucinare nemmeno un uovo.»
Ma lui scuote la testa, quasi esasperato. «Non capisci…»
In quel momento arriva il cameriere con i piatti fumanti. La carbonara profuma di casa, ma io non ho più fame. Ivano prende una forchettata distrattamente, poi lascia cadere la posata con un rumore secco.
«Marta, io… sono sposato.»
Il tempo si ferma. Sento il sangue abbandonare il viso e le mani tremare. Guardo Ivano incredula, sperando che sia uno scherzo di pessimo gusto. Ma lui non ride.
«Sposato?» sussurro, la voce rotta.
«Sì. Ho una moglie e una bambina di cinque anni.»
Mi sembra di precipitare in un pozzo senza fondo. Tutte le mie illusioni si sgretolano in un istante. Penso a mia madre che mi ripeteva sempre: “Non fidarti mai troppo degli uomini, Marta.” E io che volevo solo credere ancora nell’amore.
«Perché mi hai invitata a cena?» chiedo con un filo di voce.
Ivano si passa una mano tra i capelli, visibilmente a disagio. «Non lo so… Forse perché mi sentivo solo. Forse perché con te ho sentito qualcosa che non provavo da anni.»
Le sue parole mi feriscono più della verità stessa. Mi alzo di scatto, facendo cadere la sedia. Il ristorante si zittisce per un attimo, tutti gli occhi puntati su di noi.
«Sei solo un codardo,» sibilo tra i denti. «Hai una famiglia e vieni qui a cercare emozioni facili? E io cosa sarei dovuta essere per te? Un diversivo?»
Ivano abbassa lo sguardo, incapace di rispondere.
Esco dal locale quasi correndo, le lacrime che mi rigano il viso mentre attraverso i vicoli illuminati dai lampioni gialli. Roma sembra improvvisamente ostile, ogni angolo un ricordo amaro.
Cammino senza meta per ore, ripensando a tutte le volte in cui ho creduto alle parole degli altri invece che alle mie sensazioni. Mi tornano in mente le discussioni con mia madre:
«Marta, devi imparare a difenderti!»
«Ma mamma, non posso vivere sempre sulla difensiva…»
«Se non lo fai tu, nessuno lo farà per te.»
Quella sera torno a casa distrutta. Mia madre mi aspetta in cucina, intenta a preparare il tè come faceva quando ero bambina.
«Che succede?» chiede senza voltarsi.
Mi siedo al tavolo e scoppio a piangere. Lei si avvicina e mi abbraccia forte.
«Lo sapevo che sarebbe finita così,» mormora piano.
«Perché tutti devono deludermi?» singhiozzo.
Lei sospira: «Perché nessuno è perfetto, Marta. Nemmeno tu.»
Passano giorni prima che riesca a parlare di nuovo con Ivano. Mi manda messaggi pieni di scuse e promesse vuote. Alla fine accetto di incontrarlo al parco vicino casa mia.
«Non voglio perderti,» dice lui appena mi vede.
Lo guardo negli occhi e vedo solo paura e rimpianto.
«Non puoi perdere ciò che non hai mai avuto davvero,» rispondo fredda.
Lui cerca la mia mano ma io la ritraggo.
«Devi tornare dalla tua famiglia,» dico decisa. «Io merito qualcuno che scelga me senza esitazioni.»
Ivano annuisce lentamente e se ne va senza voltarsi indietro.
Resto seduta sulla panchina a lungo, osservando le foglie cadere dagli alberi. Penso a tutte le donne che conosco — mia madre, mia zia Lucia tradita dal marito dopo vent’anni di matrimonio, la mia amica Giulia lasciata all’altare — e mi chiedo se siamo tutte destinate a soffrire così tanto per amore.
Quella sera torno a casa e trovo mia madre che mi aspetta con due tazze di tè fumante.
«Hai fatto bene,» dice semplicemente.
Sorrido debolmente e mi stringo nelle sue braccia.
Ora so che posso sopravvivere anche alle delusioni più grandi. Che posso ricominciare da me stessa.
Mi chiedo: quante volte ancora dovremo imparare a difenderci? E quanto coraggio ci vuole per scegliere noi stesse invece delle illusioni?