L’uomo che cambiava le calze cinque volte al giorno
«Nicoletta, hai lavato le mie calze blu? Quelle di cotone, non quelle di lana!»
La voce di Sebastiano mi raggiunge dalla camera da letto, tagliente come una lama. Sono le sette del mattino e già sento il peso della giornata sulle spalle. Mi fermo un attimo davanti alla moka che borbotta sul fornello e chiudo gli occhi. Respiro. Un tempo la sua attenzione ai dettagli mi faceva sorridere. Ora mi sento soffocare.
«Sì, Seba, sono nel secondo cassetto. Le ho piegate come piace a te.»
Non risponde subito. Sento il rumore dei cassetti che si aprono e si chiudono, poi un sospiro di sollievo. Mi siedo al tavolo della cucina, le mani strette attorno alla tazza di caffè. Da quanto tempo non facciamo colazione insieme? Da quanto tempo non mi guarda davvero?
Quando ci siamo conosciuti, era tutto diverso. Era il 2012, una sera d’estate a Bologna. Lui era appena tornato da Milano, dove lavorava come ingegnere informatico. Io studiavo ancora Lettere e facevo la cameriera in un bar sotto i portici di via Zamboni. Ricordo il suo sorriso timido, la camicia stirata alla perfezione, le scarpe lucide. Mi aveva invitata a prendere un gelato in Piazza Maggiore e avevamo parlato per ore. Mi aveva colpito la sua gentilezza, la sua educazione quasi d’altri tempi.
All’inizio, le sue abitudini mi sembravano solo buffe: cambiava le calze appena rientrava a casa, si lavava le mani ogni volta che toccava qualcosa di “esterno”, aveva sempre con sé un fazzoletto pulito. “Sono cresciuto con una mamma infermiera,” mi diceva ridendo. “Mi ha insegnato che la pulizia è importante.” E io ridevo con lui.
Poi ci siamo sposati. Una cerimonia semplice, in Comune, con pochi amici e i nostri genitori. Mia madre, Teresa, non era convinta: «Nicoletta, sei sicura? Mi sembra un po’… rigido.» Ma io ero innamorata e testarda.
I primi mesi sono stati felici. Poi qualcosa è cambiato. Le sue manie si sono fatte più forti. Ha iniziato a cambiare le calze cinque volte al giorno: al mattino prima di uscire, appena tornato dal lavoro, dopo aver fatto la spesa, prima di cena e prima di andare a letto. Se non trovava le calze giuste, si innervosiva. Una volta ha svuotato tutto il cassetto urlando: «Non capisci quanto sia importante per me!»
All’inizio cercavo di assecondarlo. Lavavo e piegavo le sue calze con cura maniacale, separando quelle di cotone da quelle di lana, quelle scure da quelle chiare. Ma più cercavo di accontentarlo, più lui diventava esigente.
Una sera d’inverno, dopo una giornata pesante al lavoro (avevo finalmente trovato un impiego come bibliotecaria), sono tornata a casa stanca morta. Lui era seduto sul divano, lo sguardo fisso sul pavimento.
«Hai camminato scalza in cucina?»
«Sì… ho tolto le scarpe appena sono entrata.»
«Ma il pavimento non era ancora stato lavato!»
Mi sono sentita una bambina colta in fallo. Ho abbassato lo sguardo e sono andata in bagno a lavarmi i piedi. In quel momento ho capito che qualcosa si era rotto.
Le discussioni sono diventate sempre più frequenti. Mia madre cercava di farmi ragionare: «Nicoletta, non puoi vivere così! Non sei la sua cameriera!» Ma io mi ostinavo a credere che fosse solo un periodo difficile.
Un giorno ho trovato Sebastiano in lacrime davanti all’armadio delle calze.
«Non ce la faccio più,» mi ha detto con voce rotta. «Mi sento sporco tutto il tempo.»
Mi sono seduta accanto a lui e l’ho abbracciato forte.
«Perché non parliamo con qualcuno? Uno psicologo…»
Ha scosso la testa: «Non sono pazzo!»
Da quel momento ha iniziato a chiudersi sempre di più. Passava ore in bagno, si cambiava continuamente d’abito, disinfettava ogni superficie della casa. Io mi sentivo invisibile.
Una sera ho invitato a cena mia sorella Giulia e suo marito Marco. Volevo sentirmi normale almeno per una sera. Ma Sebastiano era nervoso, controllava ogni movimento degli ospiti.
«Per favore, toglietevi le scarpe all’ingresso,» ha detto appena entrati.
Giulia mi ha lanciato uno sguardo imbarazzato.
Durante la cena Sebastiano si è alzato tre volte per pulire il tavolo con l’alcool. Marco ha provato a scherzare: «Seba, sembri mia nonna!» Ma lui non ha sorriso.
Dopo quella sera Giulia mi ha chiamata:
«Nicoletta, devi fare qualcosa. Non puoi continuare così.»
Ho provato a parlarne con lui:
«Seba, io ti amo… ma questa situazione mi sta distruggendo.»
Lui mi ha guardata con occhi vuoti:
«Non posso farci niente.»
Ho iniziato a dormire sul divano. Ogni notte ascoltavo il rumore dell’acqua che scorreva in bagno mentre lui si lavava ancora una volta i piedi o le mani. La casa era diventata una prigione silenziosa.
Un giorno ho trovato il coraggio di parlare con suo padre, il signor Luigi.
«Luigi… Sebastiano sta male. Ha bisogno di aiuto.»
Lui ha abbassato lo sguardo:
«Lo so… anche sua madre era così.»
Mi sono sentita tradita: nessuno me lo aveva mai detto.
Ho provato ancora una volta a convincerlo ad andare da uno specialista. Gli ho lasciato un biglietto sul comodino:
“Ti prego, fallo per noi.”
Non ha mai risposto.
Una mattina ho trovato tutte le sue calze impilate sul letto. Un mucchio perfetto, ordinato per colore e tessuto. Sopra c’era una lettera:
“Non posso più vivere così. Non voglio farti soffrire.”
Era andato via senza salutare.
Ho pianto per giorni interi. Mia madre è venuta a stare da me per un po’. La casa sembrava vuota senza le sue manie, ma anche senza la sua presenza gentile nei rari momenti di lucidità.
Col tempo ho imparato a vivere da sola. Ho ripreso a uscire con gli amici, a leggere fino a tardi senza paura di disturbare nessuno. Ma ogni volta che piego le mie calze penso a lui.
Mi chiedo spesso: quante cose siamo disposti a sopportare per amore? E quando è giusto smettere di sacrificarsi?