“Ancora dormi? Potresti almeno preparare la colazione per Matteo!” – L’ultimo giorno del mio matrimonio nella realtà italiana

«Ancora dormi? Potresti almeno preparare la colazione per Matteo!»

La voce di mia suocera, squillante e tagliente come una lama, mi trapassa il cervello prima ancora che io riesca ad aprire gli occhi. Sono le 7:13 del mattino. Il sole filtra appena dalle persiane della nostra casa a Civitavecchia, e già sento il peso della giornata schiacciarmi il petto.

Mi giro nel letto. Matteo, mio marito, dorme ancora. O forse finge. Da mesi ormai la nostra routine è questa: io mi alzo, preparo la colazione per tutti, porto avanti la casa, mentre lui si lamenta del lavoro, della stanchezza, della vita. E sua madre, la signora Loredana, che telefona ogni mattina come se fosse il mio capo ufficio.

«Signora Loredana,» rispondo con voce roca, «sto per alzarmi. Matteo dorme ancora.»

«Eh certo, come sempre! Ma almeno pensa a mio figlio, poverino. Lavora tanto…»

Chiudo gli occhi. Sento la rabbia salire come un’onda. Matteo lavora in banca, sì, ma torna a casa e si piazza davanti alla televisione. Non aiuta con nostro figlio Andrea, non cucina, non fa la spesa. E io? Io sono diventata invisibile.

Mi alzo dal letto e vado in cucina. Andrea è già sveglio, seduto al tavolo con il suo tablet. Ha otto anni e gli occhi grandi di suo padre. Mi guarda e sorride appena.

«Mamma, oggi posso portare a scuola la merenda con la Nutella?»

Annuisco distrattamente mentre spalmo il pane. Sento i passi pesanti di Matteo che arriva in cucina.

«C’è il caffè?» chiede senza nemmeno guardarmi.

«Te lo faccio subito.»

«Mamma ha chiamato?»

Annuisco di nuovo. Lui sbuffa e si siede accanto ad Andrea.

«Oggi ho una giornata pesante. Non aspettarti che torni presto.»

Non rispondo. Mi sento svuotata. Da quanto tempo non parliamo davvero? Da quanto tempo non mi abbraccia senza che sia io a cercarlo?

La giornata scorre lenta e pesante. Dopo aver accompagnato Andrea a scuola, torno a casa e sistemo le stanze. Il telefono squilla di nuovo: è mia madre stavolta.

«Giulia, tutto bene?»

«Sì, mamma.»

«Hai una voce strana.»

«Sono solo stanca.»

Lei sospira. Sa tutto, ma non osa mai dire troppo. “Non voglio intromettermi,” ripete sempre. Ma io vorrei solo che qualcuno mi dicesse cosa fare.

Nel pomeriggio vado a prendere Andrea e lo porto al parco. Le altre mamme chiacchierano tra loro; io mi siedo su una panchina e guardo mio figlio giocare da solo. Mi sento sola anch’io.

Quando torniamo a casa, Matteo non c’è ancora. Preparo la cena: pasta al pomodoro, l’unica cosa che piace a tutti. Alle otto sento la porta aprirsi.

«Ciao,» dice Matteo entrando.

«Ciao papà!» urla Andrea correndogli incontro.

Matteo lo abbraccia distrattamente e si siede a tavola senza nemmeno togliersi la giacca.

«Cosa c’è da mangiare?»

«Pasta.»

Lui annuisce e accende il telegiornale sul cellulare.

Mangiamo in silenzio. Ogni tanto Andrea racconta qualcosa della scuola, ma nessuno lo ascolta davvero.

Dopo cena metto Andrea a letto e torno in cucina per sistemare i piatti. Matteo è già sul divano con il telefono in mano.

Mi avvicino e mi siedo accanto a lui.

«Matteo…»

Lui non alza nemmeno lo sguardo.

«Possiamo parlare?»

Sbuffa.

«Di cosa?»

«Di noi.»

Finalmente posa il telefono e mi guarda con fastidio.

«Che c’è adesso?»

Sento le lacrime salire agli occhi ma cerco di trattenerle.

«Non ce la faccio più così. Mi sento sola.»

Lui scuote la testa.

«Ecco, ricominciamo con i tuoi drammi.»

Mi alzo di scatto.

«Non sono drammi! È la mia vita! La nostra vita!»

Lui si alza a sua volta, alza la voce.

«Se non ti sta bene puoi anche andartene!»

Resto immobile per un attimo. Quelle parole mi colpiscono come uno schiaffo. Lui se ne va in camera sbattendo la porta.

Resto in cucina, tremando. Sento il cuore battere forte nel petto. Prendo una valigia dall’armadio e comincio a riempirla con i miei vestiti e quelli di Andrea. Ogni gesto è un addio silenzioso.

La notte passa lenta e insonne. Al mattino preparo Andrea per la scuola senza dire nulla a Matteo. Quando lui esce dal bagno mi guarda sorpreso vedendo la valigia sulla porta.

«Che stai facendo?»

Lo guardo negli occhi per la prima volta dopo mesi.

«Me ne vado.»

Lui ride nervosamente.

«Sì certo… E dove vai?»

«Da mia madre.»

Lui si avvicina minaccioso.

«Non puoi portare via mio figlio!»

Mi tremano le mani ma non indietreggio.

«Andrea viene con me.»

Lui urla qualcosa che non capisco nemmeno più. Andrea piange in corridoio. Lo abbraccio forte e usciamo di casa senza voltarmi indietro.

Mentre cammino verso la macchina sento il peso degli anni sulle spalle ma anche una strana leggerezza nel cuore. Ho paura, sì, ma so che sto facendo la cosa giusta per me e per mio figlio.

Arriviamo da mia madre che ci accoglie in lacrime. Mi stringe forte e finalmente piango anch’io, tutte le lacrime che ho trattenuto per troppo tempo.

Nei giorni successivi tutto sembra irreale: le telefonate di Matteo che minaccia di portarmi via Andrea, i messaggi della suocera che mi insulta, le notti insonni passate a chiedermi se ho fatto bene o male.

Ma poi guardo Andrea che dorme sereno accanto a me e capisco che non potevo fare altro. Ho scelto di salvarmi, di salvarlo.

A volte mi chiedo se avrei potuto fare di più per salvare il mio matrimonio. Ma poi penso: perché una donna deve sempre sacrificarsi? Perché dobbiamo essere noi a portare tutto il peso?

E voi? Vi siete mai sentite così sole dentro una famiglia? Cosa avreste fatto al mio posto?