Non avresti mai pensato che sarei caduto così in basso dopo il nostro divorzio, Anna
«Non puoi continuare così, Marco. Non davanti a nostra figlia.»
La voce di Anna mi trapassa come una lama sottile. Sono le sette di sera, la cucina è invasa dall’odore acre del sugo bruciato. Mia figlia, Giulia, gioca con una bambola rotta sul pavimento, ignorando la tensione che si taglia a fette nell’aria. Io sono seduto al tavolo, la testa tra le mani, il bicchiere di vino mezzo vuoto davanti a me.
«E allora? Cosa dovrei fare?» rispondo, la voce roca. «Fingere che vada tutto bene? Che non sto per perdere anche il lavoro?»
Anna sospira, si passa una mano tra i capelli castani. «Non ti chiedo di fingere. Ti chiedo solo di non arrenderti.»
Ma io sono già stanco. Stanco di lottare contro le bollette che si accumulano sul frigorifero, contro i sogni che si sgretolano ogni giorno un po’ di più. Una volta eravamo felici. Una volta bastava poco: una pizza margherita divisa in due, una passeggiata sotto i portici di via Indipendenza, le risate leggere come piume.
Quando ci siamo sposati, Anna e io avevamo venticinque anni. Due insegnanti precari, pieni di speranze e di illusioni. Avevamo affittato un bilocale in via San Donato: mobili dell’IKEA montati male, libri ovunque, poster dei film italiani anni ’70 alle pareti. Ricordo ancora la prima notte lì: il materasso per terra, la finestra aperta sulla città che non dorme mai.
«Un giorno avremo una casa tutta nostra,» mi aveva sussurrato Anna, stringendomi forte.
Ma la vita ha altre idee. Dopo otto anni insieme, ci siamo persi. Forse per colpa dei turni infiniti a scuola, delle supplenze che cambiavano ogni mese, delle promesse mai mantenute dallo Stato. Forse per colpa mia, che ho smesso di credere nei nostri sogni.
Il divorzio è arrivato come una tempesta improvvisa. Un giorno Anna ha fatto le valigie e se n’è andata da sua madre a Modena, portando con sé Giulia. Io sono rimasto solo con il silenzio e i piatti sporchi.
All’inizio pensavo che sarebbe stato liberatorio. Invece è stato come precipitare in un pozzo senza fondo.
Le giornate si sono fatte tutte uguali: sveglia alle sei, caffè amaro, autobus affollato fino alla scuola media dove insegno italiano. I ragazzi mi guardano con occhi spenti; io cerco di insegnare loro Dante e Pirandello, ma spesso mi chiedo se abbia senso parlare di sogni a chi non ne ha più.
Una mattina trovo una lettera sulla cattedra: «Prof, ma lei ci crede davvero che la vita possa cambiare?»
Non so cosa rispondere. Forse no. Forse sì. Dipende dai giorni.
Le domeniche sono le peggiori. La città si svuota, i bar chiudono presto e io cammino senza meta sotto i portici umidi. Ogni tanto incontro vecchi amici dell’università: «Ehi Marco! Come va? Sempre a insegnare?»
Sorrido a denti stretti. Nessuno vuole sentire la verità: che sto affogando nei debiti, che non riesco a vedere Giulia quanto vorrei perché non posso permettermi il treno per Modena ogni settimana.
Una sera ricevo una chiamata da Anna.
«Giulia ha la febbre alta,» dice con voce stanca. «Puoi venire?»
Non ci penso due volte. Prendo il primo regionale per Modena, seduto tra pendolari assonnati e studenti con gli zaini troppo grandi. Arrivo a casa della madre di Anna alle undici di sera: mi apre la porta con aria severa.
«Non farla soffrire più di così,» mi sussurra mentre passo davanti a lei.
Entro nella cameretta dove Giulia dorme agitata. Le accarezzo la fronte sudata e sento un nodo in gola.
«Papà?» sussurra lei con voce flebile.
«Sono qui, amore mio.»
Resto tutta la notte accanto a lei, ascoltando il suo respiro irregolare e chiedendomi dove ho sbagliato.
Il giorno dopo Anna mi offre un caffè in cucina.
«Non puoi continuare così,» ripete piano. «Devi reagire.»
«Non è facile,» ammetto. «Mi sento inutile.»
Lei scuote la testa. «Non sei inutile per Giulia.»
Quella frase mi resta dentro come una scheggia.
Torno a Bologna con una decisione nuova: devo cambiare qualcosa. Inizio a cercare altri lavori: ripetizioni private, traduzioni online, persino qualche serata come cameriere in una trattoria del centro. Le giornate diventano più lunghe ma almeno non ho tempo per pensare troppo.
Un pomeriggio ricevo una lettera dalla scuola: il mio contratto non verrà rinnovato l’anno prossimo per mancanza di fondi.
Mi sento crollare addosso tutto quello che avevo ricostruito a fatica.
Chiamo Anna in preda al panico.
«Ho perso il lavoro,» dico senza preamboli.
Dall’altra parte silenzio. Poi: «Vieni qui da noi per qualche giorno.»
Accetto senza discutere. A Modena trovo un’accoglienza fredda ma sincera: la madre di Anna mi lascia dormire sul divano; Giulia mi abbraccia forte ogni mattina prima di andare a scuola.
Una sera Anna ed io restiamo soli in cucina.
«Ti ricordi quando volevamo aprire una libreria?» chiede lei all’improvviso.
Sorrido amaramente. «Un sogno da ragazzi.»
«Forse non è troppo tardi.»
La guardo incredulo. «Con quali soldi?»
Lei abbassa lo sguardo. «Ho messo da parte qualcosa negli ultimi anni… Potremmo provarci insieme.»
Resto senza parole. Dopo tutto quello che ci siamo detti – e fatti – Anna è ancora disposta a tendermi una mano?
Passano settimane tra discussioni, progetti e preventivi. Alla fine troviamo un piccolo locale vicino alla stazione di Modena: muri scrostati, scaffali polverosi, ma tanta luce che entra dalle vetrine.
Iniziamo i lavori insieme: io dipingo le pareti, Anna cataloga i libri usati che recuperiamo dai mercatini dell’Emilia. Giulia ci aiuta a sistemare i volumi per bambini sugli scaffali più bassi.
Il giorno dell’inaugurazione piove a dirotto ma dentro la libreria c’è calore e profumo di carta nuova.
Arrivano amici, colleghi insegnanti, qualche curioso del quartiere. Anna ed io ci scambiamo uno sguardo complice: forse non abbiamo salvato il nostro matrimonio ma abbiamo salvato qualcosa di noi stessi.
La sera resto solo tra i libri e penso a tutto quello che ho perso – e a quello che ho ritrovato.
Mi chiedo: quante volte nella vita bisogna cadere prima di imparare davvero a rialzarsi? E voi… avete mai avuto paura di non farcela più?