Dopo dieci figlie: Una madre italiana tra speranze, delusioni e il peso delle aspettative

«Ma quando ci darai finalmente un maschio, Teresa?»

La voce di mia suocera, Assunta, risuona ancora nella mia testa come un eco che non vuole spegnersi. Sono seduta al tavolo della cucina, le mani strette attorno a una tazza di caffè ormai freddo. Fuori, la pioggia batte sui vetri della nostra casa a San Giovanni in Fiore, un piccolo paese della Calabria dove tutti sanno tutto di tutti. E io, Teresa Romano, sono diventata la protagonista di una storia che nessuno avrebbe voluto vivere.

Ho nove figlie. Nove. E ora sono incinta del decimo figlio. Ogni volta che il medico mi diceva “è una femmina”, sentivo lo sguardo di mio marito, Giuseppe, farsi più duro, più distante. All’inizio sorrideva ancora, mi accarezzava la mano e diceva: «L’importante è che sia sana». Ma dopo la quarta, la quinta, la sesta… il sorriso si è spento. E con lui anche il mio.

«Mamma, perché la nonna è sempre arrabbiata con te?» mi ha chiesto ieri Lucia, la mia terza figlia, mentre cercava di aiutarmi a stendere i panni nel cortile. Ho abbassato lo sguardo, incapace di rispondere. Come spiegare a una bambina di otto anni che in questa casa, in questo paese, una donna vale di più se mette al mondo un maschio?

«Non è arrabbiata con me, tesoro. È solo stanca.» Ho mentito. Ma come potevo dirle la verità? Che ogni volta che nasce una nuova sorellina, la nonna si chiude in camera e non parla con nessuno per giorni? Che il papà esce a fumare sul balcone e torna solo quando tutti dormono?

La pressione è diventata insopportabile. Le voci del paese sono taglienti come coltelli. «Teresa non è capace di dare un erede a Giuseppe», «Povero uomo, circondato solo da femmine». Al mercato le donne mi guardano con pietà o con malizia. Alcune mi evitano, come se fossi portatrice di una maledizione.

Eppure io amo le mie figlie. Ognuna di loro è diversa: Maria è silenziosa e riflessiva, Anna è un uragano di energia, Chiara ha sempre un libro in mano. Ma nessuno sembra vederle per quello che sono. Per tutti sono solo “le figlie di Teresa”, una lunga fila di gonne e trecce che attraversa la piazza ogni mattina per andare a scuola.

Una sera, dopo cena, Giuseppe ha sbattuto il piatto sul tavolo. «Basta! Questa volta DEVE essere un maschio!»

Ho sentito il cuore stringersi in una morsa. «E se non lo fosse?» ho sussurrato.

Mi ha guardata con occhi pieni di rabbia e frustrazione. «Non voglio nemmeno pensarci.»

Da quella sera tra noi si è alzato un muro invisibile. Dormiamo nello stesso letto ma sembriamo due estranei. Lui parla sempre meno con me e sempre più con sua madre. Io mi rifugio nelle mie figlie, nei loro abbracci caldi e nelle loro risate che riempiono la casa.

Ma anche loro sentono il peso dell’attesa. Ogni volta che qualcuno bussa alla porta, si immobilizzano come cerbiatti spaventati. Sanno che potrebbe essere la nonna con una nuova ramanzina o qualche vicina venuta a portare “consigli” non richiesti.

Una mattina ho trovato Anna in lacrime in camera sua. «Mamma, perché papà non ci vuole bene? Perché dice sempre che siamo troppe?»

L’ho stretta forte a me. «Papà vi vuole bene, tesoro. Solo che… a volte gli adulti si dimenticano di quanto sono fortunati.»

Ma dentro di me cresceva la rabbia. Perché dovevo sentirmi in colpa per aver dato la vita a queste splendide creature? Perché dovevo sopportare il giudizio di tutti solo perché il mio grembo non aveva generato un maschio?

I giorni passano lenti e pesanti. La pancia cresce e con lei l’ansia. Ogni notte sogno di partorire e sento le voci intorno a me: «È una femmina», «Ancora una volta», «Povera Teresa».

Un pomeriggio d’estate, mentre stendo i panni sotto il sole cocente, sento arrivare Assunta.

«Teresa, dobbiamo parlare.»

Mi volto lentamente. Lei mi fissa con quegli occhi duri che non hanno mai conosciuto tenerezza.

«Se questa volta non sarà un maschio… Giuseppe potrebbe pensare di… trovare qualcun’altra.»

Il mondo mi crolla addosso. «Cosa vuole dire?»

«Hai capito benissimo.»

Resto lì, immobile, mentre lei si allontana lasciando dietro di sé solo il rumore dei suoi passi pesanti sulla ghiaia.

Quella notte non dormo. Guardo il soffitto e penso a tutto quello che ho sacrificato per questa famiglia: i miei sogni di diventare insegnante, le mie passioni abbandonate per crescere nove figlie quasi da sola mentre Giuseppe lavorava nei campi o al bar del paese.

Mi chiedo se sia giusto continuare così. Se sia giusto crescere le mie bambine in un ambiente dove non vengono mai celebrate per quello che sono ma solo giudicate per quello che NON sono.

Il giorno del parto arriva sotto un cielo grigio e carico di pioggia. In ospedale mi sento sola come mai prima d’ora. Giuseppe aspetta fuori dalla sala parto con lo sguardo perso nel vuoto.

Quando finalmente sento il pianto del bambino e l’ostetrica mi sorride dicendo: «È una femmina», sento una strana pace dentro di me. Una pace mista a dolore e sollievo.

Quando Giuseppe entra nella stanza e vede la bambina tra le mie braccia, il suo volto si fa scuro.

«Ancora una volta…» sussurra tra i denti.

Io guardo mia figlia negli occhi e sento una forza nuova nascere dentro di me.

«Basta,» gli dico piano ma con fermezza. «Questa è l’ultima volta che mi fai sentire meno di quello che sono.»

Lui mi guarda sorpreso, quasi spaventato dalla mia determinazione.

«Se vuoi andartene, fallo pure. Ma io resterò qui con le mie figlie. E sarò fiera di ognuna di loro.»

Per la prima volta nella mia vita sento di aver scelto me stessa.

Ora sono qui, seduta su questo letto d’ospedale con dieci figlie meravigliose e una nuova consapevolezza: il mio valore non dipende dal sesso dei miei figli ma dall’amore che so dare loro ogni giorno.

Mi chiedo: quante donne in Italia vivono ancora sotto il peso delle aspettative altrui? Quante madri devono ancora chiedere scusa per ciò che sono? E voi… cosa ne pensate davvero del valore di una madre?