Quando la Rabbia Rompe le Piastrelle: La Mia Vendetta Contro il Padrone di Casa
«Non ti azzardare a lasciarmi senza la caparra, Sergio! Non dopo tutto quello che ho passato in questa casa!»
Le mie parole rimbombano nel corridoio stretto dell’appartamento di via Garibaldi. Sergio, il mio padrone di casa, mi guarda con quell’aria da furbo che ha sempre avuto, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni stropicciati. «Matteo, la muffa in bagno c’era già quando sei arrivato. Ma guarda qui, hai lasciato una macchia sul muro della cucina! E poi…»
Non lo ascolto più. Sento il sangue che mi pulsa nelle tempie. Sono mesi che combatto con lui per ogni minima cosa: la caldaia che non funziona, le finestre che non si chiudono bene, le bollette che arrivano gonfiate. E ora, per una macchia minuscola – che probabilmente c’era già prima – vuole tenersi i miei mille euro di caparra.
Mi giro verso la porta del bagno. Lì dentro ho passato notti intere a fissare il soffitto scrostato, a chiedermi come sarei riuscito a pagare l’affitto il mese dopo, mentre mia madre mi chiamava da Napoli per dirmi che papà stava sempre peggio. «Matteo, non ti preoccupare per noi», mi diceva lei con voce stanca. Ma io lo sapevo che mentiva.
Sergio continua a parlare, ma io vedo solo le sue labbra che si muovono. Poi sento un rumore: il mio cuore che batte forte, la rabbia che monta. Mi avvicino al ripostiglio, dove ho lasciato il martello che usavo per i piccoli lavori in casa. Lo stringo forte nella mano.
«Matteo, cosa fai?»
Non rispondo. Entro in bagno, chiudo la porta dietro di me e guardo le piastrelle bianche, quelle stesse piastrelle che ogni mattina mi ricordavano quanto fosse fredda e inospitale questa casa. Alzo il martello e lo abbatto con tutta la forza che ho su una piastrella. Si frantuma in mille pezzi. Un senso di liberazione mi attraversa il petto.
Sergio urla dall’altra parte della porta: «Sei impazzito? Fermati subito!»
Ma ormai non sento più niente. Colpo dopo colpo, le piastrelle cadono come tessere di un domino. Penso a tutte le volte in cui ho dovuto scegliere tra pagare l’affitto o comprare le medicine per mio padre. Penso alle notti insonni, ai colloqui di lavoro andati male, alle promesse non mantenute.
Quando finalmente mi fermo, il bagno è un campo di battaglia. Respiro affannosamente, le mani tremano. Apro la porta e guardo Sergio negli occhi: «Adesso hai un vero motivo per tenerti la caparra.»
Lui è pallido, sconvolto. «Chiamerò i carabinieri!»
«Fallo pure», gli rispondo con voce roca. «Ma prima pensa a tutte le volte che hai fregato qualcuno come me.»
Esco dall’appartamento senza voltarmi indietro. Fuori piove forte, ma non me ne importa nulla. Cammino sotto l’acqua verso la stazione, con lo zaino sulle spalle e il cuore pesante.
Sul treno per Napoli guardo fuori dal finestrino e penso a mia madre, a mio padre malato, alla mia sorella più piccola che sogna di diventare insegnante. Ho fatto quello che dovevo? O ho solo peggiorato le cose?
Arrivato a casa, mia madre mi abbraccia forte senza chiedere nulla. Ma io vedo nei suoi occhi la preoccupazione. A cena mio padre mi prende la mano: «A volte bisogna ribellarsi, Matteo. Ma non lasciare che la rabbia ti consumi.»
Nei giorni seguenti ricevo una chiamata da Sergio: «Ti denuncio per danni.»
«Fai quello che vuoi», gli rispondo stanco. «Io non sono più quello che subisce.»
Passano settimane e la paura di una denuncia si fa sentire ogni giorno. Ma qualcosa dentro di me è cambiato: non sono più disposto a farmi calpestare. Trovo un lavoro come magazziniere grazie a un amico d’infanzia e inizio a mettere da parte qualche soldo.
Una sera, mentre aiuto mia sorella con i compiti, lei mi guarda seria: «Sei triste?»
«No, sono solo stanco», le rispondo.
Lei sorride: «Sei il mio eroe.»
Mi si stringe il cuore. Forse ho sbagliato tutto, forse no. Ma almeno ora so che posso difendermi.
Mi chiedo spesso: quante altre persone come me sono costrette a scegliere tra subire o ribellarsi? E voi cosa avreste fatto al mio posto?