«Figlio mio, perché ti serve una moglie malata? Forse non è troppo tardi per il divorzio?»

«Ma perché, Marco? Perché non pensi a te stesso per una volta? Una moglie malata non ti porterà mai niente di buono. Forse non è troppo tardi per il divorzio…»

Le parole di mia suocera mi rimbombano ancora nella testa, come un’eco amara che non vuole lasciarmi in pace. Sono seduta sul divano del nostro piccolo appartamento a Bologna, le mani tremanti e il cuore pesante. Marco è in cucina, cerca di preparare qualcosa da mangiare, ma so che anche lui è scosso. Lo sento dai suoi movimenti lenti, dal modo in cui sbatte le pentole senza accorgersene.

Mi chiamo Anna Rossetti, ho trentotto anni e da dieci combatto contro una malattia autoimmune che mi ha tolto molto più della salute. Un tempo ero la promessa della famiglia: laureata in lettere moderne, insegnante d’italiano al liceo classico Galvani, piena di sogni e di progetti. Ricordo ancora quando la signora Rossetti, mia suocera, parlava di me con orgoglio alle sue amiche del circolo: «Anna è una ragazza d’oro! Ha studiato, insegna ai ragazzi… e poi è così gentile!»

Allora non sembrava importarle che io venissi da una famiglia semplice di provincia, o che Marco facesse il meccanico nell’officina del padre. Anzi, sembrava quasi fiera che suo figlio avesse conquistato una donna “di cultura”.

Ma la vita cambia in fretta. E quando sono arrivati i primi sintomi — la stanchezza cronica, i dolori articolari, le giornate passate a letto — tutto si è capovolto. Ho dovuto lasciare la scuola. I soldi hanno iniziato a scarseggiare. Marco ha dovuto lavorare il doppio per coprire le spese mediche e l’affitto. E la signora Rossetti… beh, lei ha iniziato a guardarmi con occhi diversi.

«Non potevi scegliere una ragazza sana?» gli ha detto più volte. «Guarda tua cugina Francesca: si è sposata con un avvocato, hanno comprato casa a Modena e aspettano il secondo figlio!»

Marco però non ha mai vacillato. Mi stringe la mano ogni sera, anche quando sono troppo debole per parlare. Mi bacia la fronte e mi dice: «Non sei sola, Anna. Non lo sarai mai.»

Ma oggi… oggi qualcosa si è rotto.

La discussione è iniziata come tante altre. La signora Rossetti era venuta a trovarci con una torta fatta in casa — la sua famosa crostata di albicocche — e un sorriso tirato. Ha chiesto come stavo, ma senza aspettare davvero una risposta. Poi si è seduta accanto a Marco e ha iniziato a parlare sottovoce, ma abbastanza forte perché io sentissi.

«Figlio mio,» ha detto, «non ti rendi conto che ti stai rovinando la vita? Sei giovane, potresti trovare una donna che ti dia dei figli…»

Mi sono sentita gelare il sangue nelle vene. Ho cercato di alzarmi per andare in camera da letto, ma Marco mi ha fermata.

«Mamma, basta!» ha gridato lui, con una rabbia che raramente gli ho visto negli occhi. «Anna è mia moglie. La amo. Non voglio nessun’altra.»

La signora Rossetti si è alzata di scatto, rossa in viso. «Allora sei più stupido di quanto pensassi!» ha urlato prima di uscire sbattendo la porta.

Il silenzio che è seguito era pesante come piombo. Marco si è seduto accanto a me e mi ha abbracciata forte.

«Scusami,» ha sussurrato. «Non doveva parlarti così.»

Ho pianto in silenzio, sentendo tutto il peso della mia fragilità.

Quella notte non ho dormito. Ho ripensato a tutto quello che avevo perso: il lavoro che amavo, l’indipendenza economica, la stima della mia famiglia acquisita. Mi sono chiesta se davvero stessi rovinando la vita a Marco.

La mattina dopo ho trovato Marco già vestito per andare in officina. Mi ha lasciato un biglietto sul tavolo:

«Non ascoltare nessuno. Tu sei la mia forza.»

Ma le parole della signora Rossetti continuavano a tormentarmi.

Nei giorni successivi le cose sono peggiorate. Mia suocera ha iniziato a chiamare Marco ogni sera, cercando di convincerlo a lasciarmi. Ha detto che avrebbe potuto presentargli una sua collega della banca — «una ragazza seria, senza problemi» — e che avrebbe potuto aiutarlo a trovare un lavoro migliore se solo avesse “fatto la scelta giusta”.

Marco però non cedeva.

Un pomeriggio mi sono trovata davanti alla porta la signora Rossetti con un pacco di medicine e uno sguardo duro.

«Anna,» mi ha detto senza preamboli, «so che non vuoi essere un peso per mio figlio. Se davvero lo ami, dovresti lasciarlo libero.»

Ho sentito un nodo alla gola.

«Signora Rossetti,» ho risposto con voce tremante, «Marco mi ama. E io amo lui. So di essere malata, ma non sono solo la mia malattia.»

Lei mi ha guardata con disprezzo.

«L’amore non basta quando si tratta di sopravvivere.»

Poi se n’è andata lasciandomi sola con i miei pensieri.

Quella sera ho aspettato Marco sveglia fino a tardi. Quando è tornato l’ho abbracciato forte e gli ho detto tutto.

«Forse tua madre ha ragione,» ho sussurrato tra le lacrime. «Forse dovresti lasciarmi.»

Lui mi ha guardata negli occhi e ha scosso la testa.

«Non dire mai più una cosa del genere,» ha detto deciso. «Io ho scelto te. E rifarei questa scelta mille volte.»

Per qualche giorno abbiamo vissuto in una specie di tregua silenziosa. Ma poi è arrivata la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere: mio padre era stato ricoverato d’urgenza per un infarto.

Siamo corsi in ospedale a Imola, dove vive ancora la mia famiglia d’origine. Mia madre era seduta fuori dalla terapia intensiva con gli occhi rossi dal pianto.

«Anna,» mi ha detto appena mi ha vista, «non so cosa farei senza di te.»

In quel momento ho capito quanto fosse fragile l’equilibrio delle nostre vite.

Mio padre si è ripreso lentamente, ma io ho dovuto restare con lui per alcune settimane per aiutarlo nella riabilitazione. Marco veniva ogni weekend da Bologna per stare con noi.

Un giorno l’ho trovato seduto in cucina con mia madre.

«Signora Carla,» le stava dicendo sottovoce, «so che Anna pensa di essere un peso per me… ma io non potrei vivere senza di lei.»

Mia madre gli ha preso la mano.

«Marco,» gli ha detto commossa, «sei l’uomo giusto per mia figlia.»

Quelle parole mi hanno dato una forza nuova.

Quando siamo tornati a Bologna ho deciso di riprendere in mano la mia vita, almeno per quanto possibile. Ho iniziato a dare ripetizioni online ai ragazzi del liceo; pochi soldi, ma abbastanza per sentirmi ancora utile.

La signora Rossetti però non si dava pace.

Un giorno si è presentata all’officina dove lavorava Marco e gli ha detto davanti a tutti:

«Se resti con quella donna finirai solo e povero!»

Marco le ha risposto davanti ai colleghi:

«Preferisco essere povero ma felice con Anna che ricco e solo come te!»

Da quel giorno i rapporti si sono raffreddati ancora di più.

Eppure ogni tanto penso alla signora Rossetti quando era fiera di me; quando raccontava alle sue amiche delle mie lezioni al liceo e dei miei viaggi all’estero durante l’università; quando mi chiamava “la figlia che non ho mai avuto”.

Cosa è cambiato? Solo la malattia? O forse la paura di vedere suo figlio sacrificarsi per amore?

Oggi vivo ogni giorno come viene: ci sono momenti buoni e altri meno; ci sono giorni in cui riesco ad alzarmi dal letto e altri in cui il dolore mi schiaccia. Ma so che Marco è sempre lì per me.

A volte mi chiedo: quanto vale davvero l’amore? È giusto chiedere a qualcuno di restare anche quando tutto sembra perduto? O forse l’amore vero è proprio questo: scegliere ogni giorno la stessa persona, anche quando il mondo ti dice che stai sbagliando?

E voi… cosa avreste fatto al mio posto?