Trent’anni fa ho dato la vita a tre figli maschi. Ora nessuno di loro vuole aiutarmi: è vero che le figlie sono diverse?

«Mamma, non posso venire oggi. Ho troppo lavoro in ufficio.»

La voce di Marco, il mio primogenito, risuona fredda e distante attraverso il telefono. Sento il suo respiro affrettato, come se anche solo parlare con me fosse un peso. Chiudo gli occhi e stringo forte la cornetta, cercando di trattenere le lacrime che ormai mi accompagnano ogni volta che provo a chiedere aiuto ai miei figli maschi.

Mi chiamo Lucia, ho sessantotto anni e vivo a Modena con mio marito Giovanni. Trent’anni fa la nostra casa era piena di voci, risate, pianti e corse nei corridoi. Ho dato la vita a cinque figli: Marco, Andrea, Davide, poi le mie due gemelle, Chiara e Francesca. Ricordo ancora il giorno in cui sono tornata dall’ospedale con le bambine: i maschi erano gelosi, ma anche curiosi e protettivi. Pensavo che crescendo sarebbero rimasti uniti, che avrebbero formato una famiglia forte e solidale.

Ma la vita non è mai come la immagini.

«Lucia, lascia stare. Non possiamo costringerli.» Giovanni cerca di consolarmi, ma so che anche lui soffre. Da quando la sua salute è peggiorata, abbiamo bisogno di aiuto per le cose più semplici: fare la spesa, portare le medicine, accompagnarlo alle visite. Eppure i nostri tre figli maschi sembrano sempre troppo occupati.

Andrea vive a Bologna, lavora in banca e ha due bambini piccoli. Ogni volta che lo chiamo mi risponde: «Mamma, non posso lasciare tutto per venire da voi. Anche io ho una famiglia.» Davide invece è il più distante, sia fisicamente che emotivamente. Si è trasferito a Milano per lavoro e da allora lo vediamo solo a Natale, se va bene.

Le mie figlie invece… Chiara e Francesca sono diverse. Loro ci chiamano ogni giorno, si alternano per venire a trovarci almeno due volte a settimana. Chiara porta sempre qualcosa da mangiare: «Mamma, oggi ti ho fatto la parmigiana come piace a te.» Francesca invece si occupa delle medicine di papà e mi accompagna dal medico quando ho bisogno.

Non posso fare a meno di chiedermi: dove ho sbagliato? Ho forse amato meno i miei figli maschi? O forse è vero quello che si dice nei paesi: le figlie femmine sono quelle che restano vicine ai genitori, mentre i maschi si allontanano?

Ricordo ancora una sera di qualche anno fa. Era il compleanno di Giovanni. Avevo preparato tutto: lasagne, arrosto, torta al cioccolato. Avevo chiamato tutti i miei figli giorni prima: «Mi raccomando, venite. Papà ci tiene tanto.» Quel giorno si presentarono solo le ragazze. Marco mandò un messaggio: «Scusa mamma, ma ho una riunione importante.» Andrea non rispose nemmeno. Davide scrisse su WhatsApp: «Auguri papà!»

Quella sera Giovanni non disse nulla, ma vidi nei suoi occhi una tristezza profonda. Da allora qualcosa si è spezzato dentro di me.

Non è sempre stato così. Quando erano piccoli, i miei figli maschi erano affettuosi. Marco mi aiutava a stendere i panni in cortile; Andrea correva da me ogni volta che cadeva e si sbucciava un ginocchio; Davide era il più timido, ma mi abbracciava forte prima di andare a dormire.

Poi sono cresciuti. Hanno iniziato a frequentare amici diversi, ad avere fidanzate che non sempre mi piacevano. Ricordo ancora la discussione con Marco quando decise di sposare Laura: «Mamma, non puoi sempre intrometterti nella mia vita!» Mi ferì profondamente sentirlo dire quelle parole.

Con Andrea fu diverso. Dopo la nascita del suo primo figlio sembrava tornato quello di una volta: veniva spesso a trovarci con il bambino in braccio, rideva e scherzava con il padre. Ma poi il lavoro lo ha risucchiato via.

Davide invece… lui è sempre stato un mistero per me. Non parla mai dei suoi sentimenti. Quando gli chiedo come sta mi risponde sempre: «Tutto bene mamma.» Ma so che non è vero.

Le mie figlie sono il mio rifugio. Chiara ha divorziato due anni fa e da allora vive vicino a noi; Francesca lavora come infermiera all’ospedale e spesso torna stanca morta, ma trova sempre il tempo per passare da casa nostra.

Una sera d’inverno, mentre fuori nevicava forte e Giovanni aveva la febbre alta, ho chiamato Marco piangendo: «Per favore, vieni ad aiutarmi! Non so cosa fare…» Lui ha risposto: «Mamma, chiama un’ambulanza se sta male. Io domani ho una presentazione importante.»

Mi sono sentita sola come mai prima d’ora.

Il giorno dopo Francesca ha preso un permesso dal lavoro ed è corsa da noi con la sua piccola utilitaria rossa. Ha passato la notte accanto al letto del padre, controllando la febbre ogni ora.

A volte mi chiedo se sia colpa della società italiana moderna. Quando ero giovane io, le famiglie erano unite: i figli restavano vicini ai genitori anche dopo il matrimonio; le nuore aiutavano in casa; ci si sosteneva tutti insieme nei momenti difficili.

Oggi invece ognuno pensa solo a sé stesso.

Un giorno ho provato a parlare con Marco apertamente:

«Marco, perché non vieni mai a trovarci? Tuo padre sta male… io sono stanca.»

Lui mi ha guardata come se fossi un peso:

«Mamma, tu non capisci quanto sia difficile oggi lavorare e mantenere una famiglia! Non posso essere ovunque!»

Mi sono sentita umiliata. Ho pensato alle notti passate sveglia quando aveva la febbre da bambino; alle volte in cui ho rinunciato a comprare qualcosa per me pur di pagargli i libri di scuola; alle domeniche passate al parco solo per vederlo sorridere.

Ho provato anche con Andrea:

«Andrea, ti ricordi quando eri piccolo e volevi sempre dormire nel lettone con noi?»

Lui ha sorriso appena:

«Sì mamma… ma ora sono grande.»

Davide invece non risponde quasi mai al telefono. Una volta gli ho scritto una lunga lettera dove gli raccontavo tutto quello che sentivo: la solitudine, la paura di invecchiare senza nessuno accanto… Non mi ha mai risposto.

Le mie figlie invece mi abbracciano forte ogni volta che ci vediamo.

Un giorno Chiara mi ha detto:

«Mamma, non preoccuparti dei ragazzi. Forse sono solo presi dalla loro vita… Noi ci saremo sempre.»

Ma io non riesco a smettere di pensare ai miei figli maschi. Li amo ancora come quando erano bambini. Vorrei solo che capissero quanto abbiamo bisogno di loro.

A volte penso che forse avrei dovuto essere più severa quando erano piccoli; forse avrei dovuto insegnare loro che la famiglia viene prima di tutto. Ma poi mi ricordo che li ho cresciuti tutti allo stesso modo.

Forse è vero quello che si dice nei nostri paesi: «Le figlie sono quelle che restano.» Ma perché deve essere così? Perché un figlio maschio deve sentirsi autorizzato ad allontanarsi dai genitori solo perché ha una famiglia propria?

Oggi passo le giornate tra ricordi e rimpianti. Ogni tanto guardo le vecchie fotografie appese in salotto: cinque bambini sorridenti davanti alla torta di compleanno; Giovanni che solleva Francesca sulle spalle; io che abbraccio tutti insieme nel giardino della nostra vecchia casa.

Mi chiedo se un giorno i miei figli maschi si renderanno conto di quello che stanno perdendo: l’amore dei genitori non dura per sempre.

E voi cosa ne pensate? È davvero inevitabile che i figli maschi si allontanino dai genitori? O c’è ancora speranza per le famiglie italiane?